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venerdì 6 aprile 2012

Un lavoro sporco - Christopher Moore ***

Ieri sera ho mangiato una pizza alla boscaiola.
Base bianca, con mozzarella, funghi e salsiccia. Molto buona.
Se poi ci mettiamo che era stata cucinata da un amico proprietario di un forno, mangiarla è stato ancora più gradevole.
Certo, alle volte anche lui commette qualche errore: capita che quando apro il cartone dell'asporto la dimensione della pizza sia micragnosa, o che il condimento sia stato messo così, en passant  ma sono cose che possono succedere, specie a chi lavoro e ha una impresa da portare avanti da solo e si divide in mille e mille mille faccende tra cui la preparazione delle cose da vendere e la clientela.
Quando questo avviene, molto educatamente e a bassa voce, glielo faccio presente "Sai" gli dico "la pizza di ieri era pissi-pissi-pissi-pissi" e lui la volta successiva ripara all'errore affiancando magari alle due focacce dei fritti squisiti.

In "Un lavoro Sporco" di Christopher Moore accade più o meno la stessa cosa.
Una storia ben scritta, un intreccio di personaggi ben articolato, una trama semplice ma gradevole da seguire e un protagonista bene caratterizzato. E, ecco il ma, un finale alla cazzo tirato via.

E' un protagonista inizialmente molto triste Charlie Asher, sua moglie muore in ospedale dando alla luce la piccola Sophie.
C'è qualcosa però di strano; dalla stanza della moglie poco prima che lei spiri, esce un uomo vestito di verde che in teoria Charlie non avrebbe potuto vedere. 
Chi è costui? 
Centra forse qualcosa con la morta di Rachel?
Sono interrogativi che non possono avere risposta; la vita deve andare avanti e dopo avere pianto la moglie Charlie si rimbocca le maniche per cercare di crescere al meglio sua figlia.
Strani fenomeni però iniziano a tormentarlo. Alcuni oggetti che Charlie vende nel suo negozio, un negozio di oggetti usati, si colorano sinistramente di rosso, fenomeno che solo lui riesce a percepire. Il suo appartamento viene invaso da due giganteschi e bavosi mastini che ingorgitano qualsiasi cosa e che sembrano andare stranamente d'accordo con il suo bebè. Infine strane voci lo richiamano dalle fognature chiedendo "carne giovane" .
Forse Charlie non ha superato del tutto lo shock della dipartita dell'amata? O forse si sente così solo da avere iniziato ad avere delle allucinazioni?
No, Charlie è rimasto coinvolto in un affare di dimensioni cosmiche, scopre di essere un Mercante di Morte il cui compito è quello di recuperare, insieme ad altri votati allo stesso scopo, i vascelli di anime, oggetti che racchiudono le anime di persone defunte e che devono essere recuperati affinché le forze dell’Oltretomba restino al loro posto e non prendano il sopravvento sul mondo degli umani.
È uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo!

Christopher Moore ordisce una trama davvero intrigante rendendo l'utilizzo del tema "mortifero"  originale e senza trasformare il protagonista nell'incarnazione della morte (cosa peraltro riuscitissima a Piers Anthomy nel suo, appunto, ciclo delle incarnazioni).
Ma qualcosa inceppa questo ingranaggio.
1 il voler forzare la risata a tutti i costi: intendiamoci il libro di per sè è divertente, fa ridere sinceramenre e di gusto. Ma ci sono alcuni passaggi in cui non si capisce il perchè ci si debba divertire come se l'autore spingesse nel cercare di rendere grottesca una situazione che non lo è affatto. Ma non è questo il difetto maggiore della storia.
2 il difetto maggiore di questa storia è, come detto in precedenza, nel finale che è, per l'appunto alla cazzo!
Sì, lo so che sto ripetendo questo sostantivo organico da un po', ma mi ha lasciato con l'amoro in bocca. Il libro, non il sostantivo porcelli doppi sensisti.
Lo sappiamo da almeno metà del libro che ci sarà un epilogo di un certo tipo: uno scontro finale, una grande rivelazione e la conferma di una certa sorpresa (che se vogliamo che sia confermata propio sopresa non è). Ed ecco che tutto viene risolto in quattro e quattr'otto, con una manciata di pagine in cui succede "questo-questo e quest'altro" e che danno all'intero libro una connotazione finale deludente.
 
Un libro di cui non si può negare la bellezza, la vivacità, il colore, aspetti che vorresti ritrovare anche in un finale che ti aspetti emozionante, come lo è stata tutta la storia fino a quel momento, che non ha fatto altro che accelerare e accelerare e accelerare per poi terminare nel più tristo dei nulla.
Il finale è lieto, intendiamoci, ma finisce a "tarallucci e vino" anzi a vino scadente e basta senza nemmeno i biscotti.

In apertura ho detto che se il mio amico mi rifila una piazza non proprio riuscita ho la facoltà di farglielo presente e lui, fedele al patto non scritto commerciante/cliente, corre ai ripari.
Ma quando viene meno il patto autore/lettore che si fa?
Sì perchè comprare un libro è anche sinonimo di una stretta di mano tra me, che ti leggerò, e te che lo hai scritto.
Per un breve momento della mia vita (ma anche più lungo e questo dipenderà dal fatto se quello che hai scritto mi ha dato qualcosa o meno) saremo così amici che io ascolterò tutto quello che hai da dire.
E se quello che hai da dire sarà interessante allora potrei decidere di non smettere di leggerti, e magari ti cercherò in altre storie che avrai voluto raccontare.


Insomma, non è che lo dico per dire o perchè mi sono letto un solo libro di Moore, ma lui 'sto vizio del cavolo di finire le cose così alla meno peggio  e di volre far ridere a tutti i costi ce l'ha eccome (vedi anche Suck! ma qui ci vorrà un discorso a parte).

C'è da aggiungere in finale una lode all'edizione della Elliot che è davvero carina.

Un lavoro sporco
Christopher Moore
Elliot edizioni