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venerdì 11 maggio 2012

666 Io sono il diavolo - Glen Duncan ***

Le scelte di una casa editrice in merito alle copertine e alla "rititolazione" dei libri non la capisco e non credo che la capirò mai.
Cioè, al contrario, la capisco molto bene ma io un libro come questo, con questa copertina e con questo titolo non lo avrei mai e poi mai comprato.
E' ovvio che si cerchi di attirare quanti più "emo" possibili o piccole bestiole di satana, o cosplayers dark in vena di finta depressione perchè non hanno vista pubblicata la loro email nell'ultimo numero di Cioè (ma esce ancora?), ma con questo biglietto da visita l'impressione che ne traggo io è che si tratti di vero e proprio pattume, e invece...

Ma partiamo dalla scelta del titolo che in qualche modo si avvicina all'originale. Se togliamo la faccenda numerica  "Io sono il diavolo" corrisponde quasi (ma giusto quasi) all'originale "I, Lucifer" che è giusto un tantinello meglio ma ci introduce subito-subito sui perchè e sui percome del volume.

Lucifero, Satana, il grande tentatore, il prediletto di Dio, il Signore delle mosche, etc, si racconta in questo romanzo per darci la sua versione della "storia", per raccontare un diverso punto di vista di come si svolsero i fatti tra lui e L'altro, e soprattutto per descrivere la prova a cui il Signore di tutte le cose lo ha voluto sottoporre.
Incarnarsi, prendere il posto di un essere umano sulla terra per un mese. Questa la sfida che gli viene lanciata con dei risvolti molto particolari.
Ovviamente Lucifero dapprima è scettico: come potrebbe Dio, che non gli rivolge la sua divina parola da millenni se non attraverso i suoi angeli, proporgli una cosa dele genere? Ma Lucifero sa che Lui è onnisciente e che quindi conosce già la sua risposta.

E così il nostro bel diavoletto si ritrova a incarnarsi nel corpo di Declun Gunn (che simpatico anagramma nevvero?), scrittore depresso in aria di suicidio.
E' un meraviglia, almeno all'inizio, "sentire" con i sensi umani e ci manca poco così che si lasci sopraffare da essi. Ma no, lui che è il principe degli inganni non può di certo sprecare un'occasione ghiotta di perpetrare il male e di godersela e così, tra una spirale di eccessi e l'altra, trova anche il tempo di dedicarsi alla stesura di una sceneggiatura che racconti i fatti della guerra tra gli eserciti angelici, della sua caduta e di come siano realmente andate le cose sulla faccenda di Adamo ed Eva e sulla crocifissione di Gesù che lui, per tutto il tempo, chiama affettuosamente Arturo.

Glen Duncan costruisce il personaggio di Lucifero descrivendolo inizialmente come malizioso e divertente, con la parlantina sciolta e le idee ben chiare sul suo ruolo.
Con lo scorrere delle pagine però inizia a essere verboso, eccessivo nell'incedere nelle descrizioni delle sue malefatte e forse, alle volte, fin troppo chiacchierone, insomma alle volte diresti "che palle, vogliamo andare avanti?"
Caratteristica questa della "pesantezza" che sembra essere propria di Duncan ma che sembra avere ampliamente smussato con "L'ultimo lupo mannaro" ove anche lì, il protagonista, ha lo stesso carattere sbarazzino di L.

Riflessioni degne di nota sono però quelle a cui ci conduce l'autore quando si rifà ai "miti" della creazione e in particolare su quel che accadde nei giardini dell'eden e sulla faccenda della mela.

Ho avuto interesse nel notare come Duncan ponga l'accento su quest'aspetto e nel chiarire che non fu il sesso a costituire la mela, ma fu l'apprendere la coscienza del Sè, la curiosità, lo scoprire di potere agire al di fuori della grazia di Dio con il proprio arbitrio a costituire il primo dei peccati.

(Adamo ed Eva
Klimt 1917)

Ovviamente la faccenda è romanzata: Adamo non vive da solo nel giardino dell'eden, ma non conosce ancora Eva che è stata invece posta lontana dal suo campo visivo.
Il tempo che Adamo passa a dare nomi alle cose (così come biblicamente scritto - un sistema per spiegare il dominio dell'uomo sugli animali) e a dormire all'addiaccio, Eva lo trascorre invece agendo, costruendosi ripari, utensili facendo della propria curiosità il suo primario mezzo di scoperta del mondo.
Ed è così che viene ritratta Eva nell' "Adamo ed Eva" di Klimt, con gli occhi aperti, a scrutare il mondo che ha davanti, lontana dall'estasi che sembra provare l'uomo alle sue spalle che si perde; in che cosa poi?
Eva è vigile, SEMPRE presente e sempre cosciente. Ecco dov'è il peccato originario.

(Il bacio
Klimt 1907/1908)

Una piccola digressione su Klimt:
Sembra essere l'artista più amato dagli adolescenti, quanti cavolo di poster saranno stati venduti de "Il bacio" ?
E se vi dicessi che sì, è romantico e che il buon Gustavo dopo averlo dipinto si esaurì?
E se vi rivelassi la ricchezza dei simboli sessuali e di quelli naturali molto poco nascosti?
E come mai è l'uomo che bacia la donna e l'atto non è contemporaneo ma lei è voltata?
Certo, la donna si abbandona all'abbraccio dell'uomo ma non lo bacia. E quindi?

Le tre età della donna
Klimt 1905

C'è poi quest'altro "posteratissimo" quadro: "Le tre età della donna" che di solito esclude nella sua pubblicazione da muro, la povera vecchia con la mano sulla fronte e vede come figure centrali quelle che sembrano aver dato un nuovo nome popolare dell'opera "la mamma col bambino".
Ebbene, permettetemi di essere un saputello fastidioso: il quadro si legge da destra verso sinistra e le tre figure sono in realtà la stessa persona.
La bambina, la donna che la tiene in braccio, l'anziana in fondo rappresentanto le tre età della vita, novelle Cloto, Lachesi, Atropo che altro non sono le tre moire (o parche se preferite).
Il vuoto che precede e segue le figure non è altro che il vuoto che precede la nascita e il vuoto che segue la fine della vita

Direi che la digressione può terminare, anzi no, Klimt disegnava pure un sacco di patate (non tuberi) altro che romantico!
Ora la digressione può finire.

Il libro dunque ci racconta del mese che Lucifero incarnato trascorre sulla terra e delle sue peripezie nel corpo di un uomo e della sua scelta al termine di questa "scommessa" tutt'altro che scontata.

La lettura in sé è piuttosto scorrevole, Lucifero è un tipo cerebrale e piuttosto logorroico, in fondo è lui a raccontare, ma, come detto, alle volte si fa eccessivo, quasi barocco (anche qui ci sarebbe da fare una digressione sui termini "barocco" e conseguentemente "gotico" che nascono come forme "insultanti" di un certo modo di fare architettura e non come parole che definisco un genere letterario che invece si riferisce al gotico come "oscuro" cosa che invece il gotico non si proponeva -uff-uff- troppe saputellerie mi stancano-uff-uff) e in alcun parti si stenta a seguirlo.
Qui e lì ci sono dei momenti riempitivi di troppo, anche una parte dell'epilogo, forse, si sarebbe potuta smussare leggermente o riadattare, ma chi sono io per fare delle scelte del genere?

Nell'insieme è comunque un romanzo divertente e che, se perdoniamo le scocciature di cui sopra, si lascia leggere volentieri.



666, Io sono il diavolo
Glen Duncan
Newton Compton