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martedì 12 giugno 2012

L'occhio dell'airone - Ursula K. Leguin ***

Due parole da spendere sull'autrice ci sono,  ci sono eccome.
Eviterò di farne la biografia intera, per quello c'è Wikipedia e credo che tutti consciate La saga di Heartsea anche per via del film di Gorō Miyazaki, mi limiterò perciò a scrivere quello che ricordo di lei.
Ursula K. Le Guin è una scrittrice  che ha vinto non so quanti premi per la letteratura fantascientifica, mi pare cinque ed è, per forza di cose, considerata una delle massime autorità della letteratura.
Come è possibile che una singola autrice diventi una specie di asso piglia tutto letterario anche se, ahimè, considerato di genere?
Quello che tutti dimentichiamo è che spesso, i generi, sono solo degli insiemi utili a catalogare un certo motivo letterario.
Motivo che altro non è che una metafora per raccontare, i conflitti dell'umanità e della storia presente o passata che sia.
La fantascienza in questo senso è la migliore metafora per la descrizione del presente: proiettando in avanti i conflitti che viviamo, attraverso la lente di una visione, abbiamo il necessario distacco per ragionare e approfondire il conflitto o il fatto che storico che stiamo viveno o attraversando.

L’occhio dell’Airone è un romanzo breve, forse non il migliore dell'autrice, dalla struttura piuttosto semplice ma che, meglio di altri, ci parla anche di lei, di Ursula, e del suo background.
Ursula è figlia di un noto antropologo che ebbe il merito di approfondire il termine di cultura.
Con il suo saggio 
Il superorganico del 1917 costituì la proclamazione di indipendenza anti-riduzionistica contro il predominio della spiegazione biologica dei fenomeni culturali.

Maggiormente di quanto abbiamo fatto altri illustri colleghi scrittori, le Le Guin fornisce ai suoi personaggi uno spessore umano, emotivo, tanto che le vicende dei suoi protagonisti ruotano proprio intorno al loro sentire, alla loro condizione umana.
Ne L'occhio dell'airone viene rappresentato lo scontro culturale e sociale innescato dall’emergenza della cultura della non violenza che andava affermandosi negli anni a cavallo tra la fine degli anni sessanta del novecento e i primi anni settanta.
Su un lontano pianeta dell’esilio – Victoria - da poco terraformato, quindi ancora duro e incolto, vengono mandate in un viaggio di sola andata e costrette a convivere, due comunità provenienti epoche differenti.
I primi a giungere sul pianeta, i pionieri, originari del Brasile, avvezzi ad uno stile di vita organizzato socialmente su un modello proto-industriale di stampo occidentale.
In una ondata successiva giungono gli Shantih, un gruppo di emarginati di origine australiana, dediti all’agricoltura, e decisi a sottrarsi all’arroganza e al potere dei primi, ricorrendo a strategie di lotta non violenta di gandhiana memoria.
Nasce così un conflitto al centro del quale si pone Luz Falco, figlia di un consigliere della comunità dei primi pionieri che si innamora di Lev, esploratore e guida degli Shantih.
Ma non è solo l’amore per il giovane condottiero a far nascere dubbi nel cuore di Luz, sarà anche l’incontro con Vera, prigioniera proprio della famiglia Falco per aver commesso un reato; la richiesta di libertà per il proprio popolo, a spingere la ragazza ad abbracciare gli ideali Shantih e a unirsi a loro nella ricerca della terra promessa.
Questa trama, all’apparenza semplice, nasconde alcuni importanti elementi.
Se in una prima fase di lettura abbiamo la sensazione che l’autrice parteggi per la popolazione non violenta, così abusata e schiavizzata, a uno sguardo più attento ci rendiamo presto conto che non c’è alcun tifo da parte sua che anzi si limita a essere semplice spettatrice di eventi.
Eventi che ben presto si configurano in forme distorte in cui tutti i personaggi risultano prigionieri dei loro ruoli.
Così come sono prigionieri gli Shanti, allo stesso modo sono prigionieri gli pionieri , legati a una forma di sopravvivenza forzatamente simbiotica con i loro schiavi da non riuscire più a concepire un futuro senza di loro o una collaborazione che non sia di sfruttamento.
Questo ci autorizza a credere che, secondo la Le Guin, la Pace sulla Terra non potrà mai essere un bene universale né da dare per scontato e che è realizzabile, forse, solo se tali ideali vengono perseguiti  non solo all'interno della nostra società, ma costruendo comunità che abbraccino l’esterno, e la diversità.

L’elogio della Diversità
quali appaiono a me le singole cose, tali esse sono per me,
e quali esse appaiono a te, tali sono per te;
e uomini siamo tu e io
Platone

L'occhio dell'airone
Ursula K. Le Guin
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