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sabato 23 giugno 2012

Soffro d'Ikea - Erik Gunnar Trjo ***

"Amò..?"
"Dimme amò..."
"Che famo oggi?"
"Bho, no so. Tu madre nun c'ha invitati a pranzo?"
"No, se ne è andata al mare."
"Ah. Bhè allora potremmo fare due passi fino alla chiesoletta, prendere un gelato, passeggiare..."
"Maaaa, nooo' so se mi va il gelato. Che ne dici se invece andassimo...?"
"Spè, che devo annà al bagno me lo dici dopo."
...
"Amò, dov'è che volevi andà?"
"Bhè, potremo fare due passi all'Ikea, è tonto, tonto, tompo che non ci andiamo"

Non c'è nessuno, dico nessuno e sottolineo la parola nessuno che non abbia impersonato uno dei due interlocutori di cui sopra.
Certo, il dialogo sembra adattarsi a un fine settimana ottobrino, o invernale, e invece no, è estivo anche perché c'è di mezzo dello "struscio" da paese e un gelato.

No c'è nessuno inoltre, dico ancora nessuno e sottolineo la parola nessuno, che abbia la pianta di casa -no, sciocchi non la palma della felicità che vi ha regalato un vostro parente e che si diceva, millenni orsono, portassero le tarantole in casa ma la pianta planimetrica- così regolare e quadrata e, appunto, ikeosa.
Io, che ho una pianta di casa molto irregolare alle volte esclamo "Ikea te odio". E' tutto così perfect, in quell'ambiente, così brilliant, così smart...

Ne sentii parlare la prima volta vedendo - o leggendo? La memoria si confonde - Fight Club.
Ne sento parlare la seconda volta quando ero di servizio al binario 25 della Stazione Termini, in attesa che Checco Rutelli venisse a inaugurare il Leonardo Express, il luccicante nuovo treno pendolare.
Ovviamenente avrei dovuto capire le potenzialità del suddetto mobilificio proprio dall'assenza dell'allora sindaco di Roma, che non si presentò poiché ritenne maggiormente doveroso tagliare il nastro di quel negozio di mobili che dare il via a un servizio cittadino.

Ma che dico?
Quella fu vera saggezza, una intuizione come poche, che non si aveva da tempo immemore. "Panem et circenses" dicevano gli antichi romani, oggi invece diremmo "Pizza bianza, pallone e Ikea"
Sì perchè è impossibile non riconoscere in essa una valvola di sfogo di noi poveri annoiati del fine settimana.
Insomma, toglietemi tutto, ma non lo
småland.
Aggiungiamoci che questo poi, non è un negozio, ma la vera ambasciata svedese in Italiae il più è fatto!

Colpisce subito di questo volume il formato orizzontale, taglio esotico che non mancherà di spiccare nella libreria di chiunque. Certo, se avete una libreria bene in ordine lo vedrete sporgere già dal corridoio, se invece come la mia è una accozzaglia di carta di ogni forma, dimensione e misura, invece dovrete cercarlo, magari lottando con gli acari.

Il volume, a metà strada tra il saggio e il resoconto tragicomico, cerca di ripercorrere le tappe della nascita e dell'espansione del mobilificio più diffuso al mondo.
Il MC Donalds della credenza, nasce un sacco di anni fa a opera del signor Ingvar Kamprad, che chiamò in questo modo il suo negozio utilizzando le iniziali del suo cognome "I e K". La lettera "E"  viene da da Elmtaryd, l'antico nome di Älmtaryd, il villaggio dello Småland dove Kamprad nacque; mentre la "A" da Agunnaryd, località in cui visse.
Nel saggio si guarda ai modelli di vendita, ai prodotti, all'utilizzo della manodopera, cercando di portare il fenomeno in una dimensione meno satinata rispetto a quella che ci viene propinata dagli store (ma che parola di merda per dire negozio) stessi.
L'intento di Soffro di Ikea è quello di dispiegarne la filosofia totalizzante dei punti vendita, dove si trova tutto, dal salmone al materasso, che ne fa un prototipo dei megacentri commerciali oggi di moda, dove la gente va indipendentemente dal fatto che abbia o meno una precisa necessità da soddisfare.

Perchè è quella l'aria che si respira, calore ed efficienza che, ne siamo sicuri, in Svezia hanno da vendere.
Ma come, non eravamo noi, popolo italico quelli do sole e do mare?
Tutto è spiegato in questo libello che se da una parte, come sopra, cerca di ricondurre il fenomeno a livello più umano, dall'altro lo esalta facendone risaltare le virtù salienti e forse non era questo l'intento.

Ma è un libro che comunque diverte, e permette ai nostri occhi di guardare a quel mondo di economica, ergonomica, precisione in maniera nuova e inaspettata.
Personalmente ora, quel che vedo negli store (aridagli!) mi riconduce inevitabilmente agli arredi delle case di barbie e non chiedetemi il perché.

Infine, chi si cela dietro lo pseudonimo Erik Gunnar Trjo?
Cercando in rete scopro che tal Gunnar, ma Asplund, fu un architetto svedese.
Scelta casuale?
O il trio in questione è composto a un gruppo di saputellli e hanno scelto lo pseudonimo di un qualche personaggio "alto" e misconosciuto?

"Vabbhè Amo, che volemo fa?"
" 'Namo ar mare?"
"No, ma lo sai che cagnara? E poi è ummido, non lo senti che callo? 'Namo all'Ikea, stamo freschi co' l'aria condizionata e te offro puro un piatto de polpette svedesi."


Soffro d'Ikea 
Erik Gunnar Trjo 
Leconte editore