Google+ TBMT: 07/05/12

giovedì 5 luglio 2012

Strani attrattori 0

LA LOCATION:
E scusate se il nome del mio quartiere lo pronuncio maiuscolo.

-Lo sai che quei ragazzi lì, quelli con la tenda bianca e il ragazzino. Sì, brava proprio loro, lo sai dove abitano?
Sono di Roma, e abitano alla Garbatella.-
Due anni fa in campeggio in una dispersa località sarda, la signora L. si dava di gomito con la sua dirimpettaia che l'aveva raggiunta per il rituale caffè pomeridiano prepennichella e post pranzo.
La dirimpettaia era solita annuire senza sosta ai discorsi dell'amica.
E' fatta così lei, L. chiacchiera senza sosta del più e del meno e P. la asseconda anche perchè nella sua testolina aleggiano da sempre nozioni di scarsa importanza quali: Sposini è migrato alla rai, Mara e renzo Arbore si vedono ancora, e le ricette della Clerici non sono farina del suo sacco.
Così, quando P viene a conoscenza della nostra origine capitolina, subito lascia, anzi abbandona, la sua compagna di caffè per raggiungere la nostra piazzola.

Irrompe come fanno quasi tutte le persone che irrompono e che si accorgono, solo all'ultimo momento, che stanno proprio, e per l'appunto,  irrompendo e che forse una frase di circostanza per avvicinarsi sarebbe stata educatamente d'obbligo.
Ma tant'è che oramai ha invaso il nostro spazio vitale, tra l'amaca appesa a un pino sbilenco e il piccolo frigo a noleggio.

Si porta le mani ai capelli cercando di mascherare l'imbarazzo per questa sua sortita, senza rendersi conto che più indietro si tira i capelli, più la ricrecista sotto la tinta bionda si fa visibile.
Ci guarda con occhi sognanti e finalmente la domanda che da almeno un paio di anni porta incastrata tra i neuroni le sboccia, anzi no, le esplode in bocca - Ma davvero voi abitate alla Garbatella?-
Dopodiche P. è finisce in dispnea come se, da quando le è balenata questa sequenza di parole in testa non abbia fatto altro che trattenere il fiato.

Seduti al nostro tavolinetto pieghevole con davanti un piatto di pomodori e tonno io e Muglierema la osserviamo basiti e sorpresi.

- No, perché sapete, io ho visto tutte-tutte-tutte, ma proprio tutte le puntate de “I cesaroni”- (il minuscolo non è un errore).
“E sticazzi!” vorremmo dirle, io che con il mio mezzo finto sorriso continuo a osservarla e Muglierema che aggiustandosi gli occhiali gira lo sguardo in un punto indistinto della pineta che ci circonda.
- Ah! - Le rispondo finalmente. -Pensi che io non ne ho vista nemmeno una. –
P. mi guarda come se avessi pronunciato una frase senza senso e di nuovo ci tiene a confermarmi che lei, delle puntate de “I cesaroni”, non se ne è persa una, nemmeno in replica.
- Ah!- Rifaccio – Io so che esistono solo perché quando fanno le riprese trovare parcheggio è impossile. -

Ma
  la povera P. è solo una delle tante, troppe, persone sprovvedute che pensano che la Garbatella sia soltanto la casa dei protagonisti dell’orrido serial.
Quando poi riveli loro l’amara verità e cioè che lì, in quella piazza non c’è alcun mercatino e che il tanto ripreso bar è una bettola per soli intenditori, non ci stanno.
Il sogno si infrange con la dura realtà che molto spesso, anzi diciamolo pure sempre, supera di gran lunga la fantasia.

Tutti sembrano dimenticare che questo, oltre a essere il quartiere della fictionosa famiglia, è un luogo unico nel suo genere, la cui realtà si innesta in maniera così realisticamente (e scusate l'eccesso di ripetizioni) differente nel tessuto urbano, da risultare quasi parallela e impossibile.
Ovviamente non è della serie che voglio disquisire, se vi piace  continuate pure a guardarla, ma la concretezza che qui si respira è ben altra. Fatta di persone vere, di luoghi veri, e di un amore vero per il quartiere.
“La Garbatella è una piccola Parigi” come sanno tutti quelli che qui son vissuti e cresciuti e questo è il modo di dire più diffuso tra noi autoctoni.
E quando nella petit Paris si fanno largo i camion delle maestranze cinematografiche ecco che tutto l’aplomb degli abitanti si manifesta.


Proprio sopra il famigerato bar una donna, col pancione di almeno otto mesi, si affaccia e vedendo i mezzi parcheggiarsi in ogni dove chiede a un chissàcchi –Aho, ma che stanno a rifà i cesaroni? -. – Se!- Le risponde un passante a cui lei fa eco con un dirompente– Che cojoni...! -
La cui traduzione, per gli italici non villici potrebbe essere –Ma davvero? Che noia e quanti disagi per noi poveri abitanti del quartiere! -

Un posto questo così amato e, se vogliamo, così “tutto nostro” da farci risultare quasi gelosi.

Gelosi tanto che se qualcuno si arrischia a rubare le albicocche che sporgono dai rami dei cortili, frutti il cui albero è stato piantato in quel luogo quarant’anni prima dal bisnonno di qualcuno, ci arrabbiamo tutti.
Gelosi al punto che, se qualcuno si arrischia a  chiedere a mia Cugina, una saputella dalla gambe lunghe di prima categoria, dove si trova la Scuola de I cesaroni, lei risponde che quella non è la loro scuola, ma la scuola del quartiere. E poi fingendo di perdonare questo grossolano errore toponomastico, li indirizza nella direzione sbagliata o li rimanda verso la fermata della metropolitana con il più grazioso dei sorrisi.


Continua