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venerdì 31 agosto 2012

Città amara - Attilio Del Giudice *** -1

Sì, meno uno (di asterischi) perchè a me 'sti finali così, un pò alla cazzo dispacciono anzichenò
Oh sì, parto dal finale di questa storia che sì, è credibile, perfetta, in linea col resto della storia, chiude il cerchio ma... insomma sor Attì, l'ultima pagina che se doveva chiude proprio così?
O era questo l'intento, far rosicare il lettore? No, perchè con me c'è riuscito in pieno!

Giorni addietro ho recensito, lo ammetto con un certo entusiasmo, "Morte di un carabiniere" e con altrettanto sommo gaudio mi son lanciato nella lettura di questo "Città amara" ritrovando lo stesso spirito gigionesco (in senso buono) e ilarmente realistico della prima storia.

Trentadue: 'u professor.
Ventuno: 'a bellafemmena.
Sessantasei: 'a santarella.

Dietro a questi numeri si celano le identità di tre morti ammazzati: la bella e procace Solimene Maria Luisa (che preferisce essere chiamata Marilù o Lulù anche se fa tanto frufrù), Aristide Mezzacapo insegnate di filosofia e pissi-cologia presso l'Istituto Magistrale Orsola Benincasa (e che testa che tiene, e quanti libri che ha letto) e la figlia del professore Santina, una cessa come poche.
I tre vengono ritrovati, dal solito Vincenzo Capece, nella di lei dimora. I corpi dei due amanti  vicini e, un poco discosta sul divano,  la figlia del professore con vicini un paio di stivali da pioggia un tantinello fuori stagione.
Chi ha ucciso i tre? E perchè? Si tratta, forse,  di un delitto passionale?

E chissenefrega! Quello che realmente interessa in queste storie non è la sola risoluzione del mistero del triplice omicidio, ma i personaggi. Personaggi che sono già lì quando iniziamo a leggere e che continuano ad esserci e ad agire una volta che abbiamo chiuso il volume.
Personaggi di una cittadina come tante, con la sua piazza il suo bar (o' barret) la sua chiesetta.
Ovviamente su tutti spicca il "medio" Vincenco Capece che, diciamocelo, rappresenta con le sue imperfezioni il meglio -azz ma siamo sicuri?- di noi tutti.

Rispetto al primo episodio, questo, sembra avere una coesione maggiore. Sarà forse perchè ero già introdotto nell'ambiente narrativo dal lavoro precedente, ma non ho avvertito vuoti di alcun tipo.
Anche questo volume si legge in brevissimo tempo, un'oretta e mezza e la paura passa e mi verrebbe da chiedere a chi detiene i diritti, non se ne potrebbe fare un volume unico di 'ste tre storie?

Infine, rodimento, come dicevo in apertura, per come l'autore sceglie di fare a meno di un finale, di una chiusa di un punto che concluda effettivamente la faccenda. Scelta però che, tutto sommato, gli si può perdonare proprio in virtù della vitalità dei personaggi che esistono nonostante le parole cerchino di imbrigliarli tra le righe.



P.S.
Alla ricerca del titolo "Bloody Muzzarè" edito da Leconte.

Città amara
Attilio Del Giudice
Minimum Fax