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mercoledì 3 ottobre 2012

Bloody Muzzarè -Attilio Del Giudice ***

Quando andate a fare la spesa e vi trovate al banco dei latticini, ovvio che preferiate la mozzarella di bufala a quella classica di latte vaccino.
Perchè dico "ovvio"?
Ma perchè sì, ovvio no?
Comuque, il gentil commesso -o banchista per chi parla il gergo del supermercato- vi chiederà "Da quanto la vuole? Duecentocinquanta grammi o mezzo chilo?"
Per lo più assisto alla scelta del primo peso "Due etti e mezzo grazie. Siamo solo io, mio marito e mio figlio..."
"Signò" vorrei dire io "ma nun c'ha capito niente! La mozzarella de bufala più è grossa più è bbona. E poi che fa, la magna a fatte magari?
Quella va solo inforchettata e mozzicata. Deve lascià che er latte (er siero) sgorghi, zampilli, foriesca e le inondi er mento... magari pure un ber risucchio ce starebbe bene!"
 Se mai vi imbatteste in un caseificio di cui il basso Lazio e l'alta Campania sono costellati, la mozzarella, chiedetela da un chilo, pasteggiate in seduti ai tavoli che di solito questi luoghi offrono e poi mi direte.

Questo Bloody Muzzarè è, per adesso, l'ultimo volume della ideale trilogia di Attilio Del Giudice, composta da "Morte di un carabiniere" e "Città amara".
Certo, è uscito nel 2004, ma non è detto che l'autore non voglia rimetterci mano.

"I'm here for a matter of bloody muzzaré... "
Sono qui per una questione di mozzarelle insanguinate.
Sono proprio loro, i formosi latticini del titolo, al centro di questa vicenda anche se dire centro non è esatto.
Diciamo che sono piuttosto lo spunto per raccontare, di nuovo, storie di vita e di paese, di uomini e persone, di vizi e di virtù.
Più scuro dei lavori precedenti, questo libro ha dalla sua una foliazione maggiore -circa 140 pagine contro le 100 dei primi due capitoli- che di sicuro hanno permesso all'autore di aggiungere alcuni dettagli che non regalano empatia immediata con i protagonisti, ma permettono rendere il quadro-vita più complesso.

La trama in due righe: al bar Centore qualcuno ha sparato e ucciso. La vittima è Nicola Vastano, allevatore di bufale, freddato insieme a una tazzina di caffé fumante. Don Larco, invece, muore ammazzato nella parrocchia di San Giovanni Battista, mentre sta officiando la messa.

Questa, come le precedenti, non è un giallo nel senso stretto del termine, non si cerca un assassino, piuttosto si assemblano i dettagli delle esistenze di chi indaga, di chi è deceduto e di chi li circonda.
Solo nelle avventure di Hercule Poirot è importante combattere il male, arrivare alla soluzione del delitto ma nella realtà non è importante se e come si elimina il complotto omicida, perchè il male che lo ha generato non può essere eliminato.

Sono titoli a cui dare un'occhiata anche per abbandonare un pò lo stereotipo dei poliziotti pelati e fichissimi fin troppo telegenici e infallibili.

Incipit: L'inverno, quell'anno, tutto sommato era stato mite ma con l'entrata ufficiale della primavera aveva voluto fare il suo canto del cigno. Marzo, si sa,è pazzoide, però cinque giorni consecutivi di pioggia gelata e un vento di tramontana che scendeva dai monti come un castigo, a bruciare i fiori di pesco e di mandorlo che già da tempo erano comparsi nelle vallate, e a infilarsi in tutte le fessure delle case con paurosi ululati, non lasciavano pensare a un capriccio passeggero. "Accattammece o' capitone, che mo vene Natale!" diceva la gente. Invece, domenica, San Teodoro vescovo, venne la bella giornata.