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venerdì 12 ottobre 2012

La scomparsa dell' Erebus - Dan Simmons ****



Ho già detto, credo ma se così non fosse lo rifaccio, che a Dan Simmons posso perdonare qualsiasi cosa, anche un brutto libro.
A dire la verità non mi è mai capitato di incontrarne di suoi scritti che lasciassero a desiderare men che meno questo "The terror" (titolo originale) che mi ha avvinto non poco.

Il gusto in fatto di libri e di storie in genere si affina col tempo, con l'esperieza e, naturalmente, anche per gli studi.
Sarei geografo- vabbè eternamente-quasi geografo:un giorno deciderò di chiedere la tesi- e tra i miei studi c'è stata anche la "Storia della geografia e delle esplorazioni".

Tra le varie storie di navi e navigatori, mappe e calcoli di tempo e ricerca di nord magnetici o geografici, c'è stata la caccia al famigerato passaggio a nord-ovest.
Caccia: è il giusto termine di una cerca che ha visto decine di navi e centinaia di uomini finire intrappolati nei ghiacci e uccisi dai marosi.

Ma cos'è questo famigerato passaggio?
Quello che molti non sanno è che la scoperta dell'America (alcuni direbbero conquista, ma vabbè punti di vista) intesa come unità territoriale, costituì per gli anni a venire non una risorsa ma un ostacolo per la famigerata via per le indie.

Il passaggio a Nord-Ovest -rotta che va dall'Oceano Atlantico all'Oceano Pacifico attraverso l'arcipelago artico del Canada- non era altro che uno dei tanto ipotizzati, ma diciamolo anche, favoleggiati passaggi che avrebbe dovuto condurre in oriente e favorire gli scambi commerciali.
Col trascorre degli anni però l'impellenza commerciale di questo varco venne meno, crebbe invece la smania di trovare quel maledetto canale per puro spirito di esplorazione.
Non poteva infatti esistere un luogo della terra che non fosse catalogato, misurato, inscatolato: per il pensiero dell'epoca non era concepibile che esistesse qualcosa di non classificato (Maledetto Humboldt!).

Nacque perciò una vera caccia al tesoro, fatta di ipotesi e studiosi di ogni risma, esploratori, matematici, perfino esploratori da salotto che, senza mai muoversi dalle loro tepide case, redigevano carte su ipotesi tutte loro, spingendo mezzi a uomini a una terribile fine.



E' nell'esattezza che ho trovato il fascino di questo romanzo, nella maniera in cui  è raccontata la Storia.



Il romanzo, rispettoso delle le fonti storiche e delle testimonianze raccolte dagli studiosi nel corso degli anni, - ricostruisce gli eventi che circondano l'ultimo viaggio compiuto dal comandante inglese sir John Franklin, che nel 1845 salpò al comando di due navi della Marina Britannica: l'Erebus e la Terror. I vascelli  appositamente equipaggiati per affrontare i rigori dell'inverno artico potevano contare su equipaggio di 129 uomini tra ufficiali, marinai e specialisti civili.
La missione di sir John Franklin era quella di proseguire nella ricerca ed esplorazione del  Passaggio a Nord-Ovest.

La spedizione non ebbe successo. Né le navi, né alcun superstite dell'equipaggio fu mai ritrovato dalle molte spedizioni di salvataggio intraprese negli anni successivi al 1849: mai si sono potuti ricostruire, se non parzialmente, i dettagli della tragedia che l'auotre riprende e approfondisce nella narrazione.
Dopo la morte del capo spedizione, Sir John Franklin, e dopo aver abbandonato le navi, rimaste incagliate per oltre due anni consecutivi nel ghiaccio a nord ovest nella terra di Re Guglielmo , prima del disgelo dell'estate del 1848 i sopravvissuti dell'equipaggio hanno intrapresero un disperato cammino sulla banchisa e poi sulla terraferma, per spingersi a sud e arrivare prima dell'inverno nel territorio canadese.
Durante quel viaggio interminabile scomparvero per sempre senza lasciare traccia.


Come detto, Dan Simmons immagina ed arricchisce tutte le parti rimaste inspiegate e prive di documentazione, ricostruendo così tutti i dettagli della sfortunata vicenda e gli ultimi anni di vita degli uomini dell'equipaggio.
Simmons guarda con particolare attenzione al destino di alcuni membri dell'equipaggio, su tutti al capitano irlandese Francis Crozier, comandante della Terror, che dopo la morte di sir John assunse il comando della spedizione.

La narrazione segue con cura tutte le fasi della discesa agli inferi vissuta dall'equipaggio, costretti a combattere con i rigori di un clima avverso e con le conseguenze terribili dell'azione del freddo estremo sul corpo umano, con la difficoltà di razionare combustibili ed alimenti, con il progressivo propagarsi dello sfinimento psico-fisico e delle malattie, con il malcontento, la paura e gli inevitabili tentativi di ammutinamento.
Ma oltre a tutto ciò, in quelle terre desolate ed inospitali, durante le interminabili ore della notte invernale artica, gli uomini delle due navi si devono confrontare con una realtà inattesa e spaventosa. In quei territori estremi, in mezzo alle poche altre creature note, come gli orsi polari, si aggira anche un altro predatore più misterioso e ignoto alla scienza. Una belva di grandi dimensioni, più grande di un orso, dotato di una voracità inesauribile e di un'intelligenza superiore. Questa creatura dei ghiacci inizia a sbranare uno ad uno gli uomini delle navi, tenendosi perennemente in agguato nel buio , pronto a ghermire nei momenti più inattesi le vittime rimaste incautamente sole o isolate. E ben presto comincia ad aprirsi un varco per cercare di introdursi anche all'interno delle stive delle navi bloccate.
Il capitano Crozier combatte contro questa realtà avversa senza lasciare che la disperazione abbia il sopravvento, ben consapevole però che la battaglia per la sopravvivenza sua e del suo sfortunato equipaggio ha probabilità di successo sempre più scarse. Man mano che le vittime aumentano, l'uomo comprende di dover affrontare un segreto che va oltre la sua comprensione umana, un segreto a mala pena compreso e custodito dalla popolazione inuit che vive in quelle lande, che ne ha fatto parte dalla propria religione e della propria mitologia. Gli indigeni hanno imparato a venerare e temere le proprie impietose e feroci divinità, in particolare il mostruoso ed implacabile Tuunbaq, il Dio che Cammina.

Bello come poche letture belle. Bello come un libro che riesce a tenerti sveglio tutta la notte. 
Solo alcune pagine non sono riuscito a farmele piacere ma, aho, come dicevo è Simmons e quindi.

Se però devo proprio andare a cercare il pelo nell'uovo che in questo caso tanto sottile non è, me la devo prendere con l'editore.
Che c'entra il titolo italico con quello orginale?
La scelta è stata forse voluta per evitare ambiguità di sorta?
Sì perchè l'Erebus del titolo nostrano è la nave che sopravvive almeno fino a metà del libro e non è questo dettaglio sia così pesante nell'economia della storia.
Il titolo orginale, The Terror, allude sia alla nave che accompagna l'Erebus, sia al senso di terrore che attanaglia gli uomini progionieri dei ghiacci prima e del mostro poi soprannominato dallo Stesso Crozier col nomignolo The Terror.
Insomma, era un titolo che per un volta poteva essere lasciato così com'era e invece... 


Nota finale: chi è stato nottambulo non potrà non aver visto il film "La cosa da un altro mondo" del 1951 a cui poi Carpenter si ispirerà per un remake (insomma non proprio).

Simmons dedica il libro a tutto il cast d'epoca come ringraziamento per l'ispirazione e la descrizione dell'ambiente artico.

Infine-infine, siccome sono saputello, fastidioso ma c'evavo anche la media molto alta, dicovi che il passaggio a Nord Ovest fu scoperto, trovato, cartografato nientepopodimenochè: da  da Roald Amundsen nel 1906, quando l'esploratore norvegese, , completò un viaggio di tre anni su di un peschereccio per la pesca delle aringhe convertito.  Alla fine di questo viaggio, inviò un telegramma (perchè se una scoperta non la comunichi, questa, non esiste) che annunciava il suo successo.
Ma, come sempre capita in questi casi in cui si fanno i conti senza l'oste, la sua rotta non era commercialmente praticabile: troppo complessa e poco profonda per consnetire alle navi si passare.





La scomparsa dell' Erebus
Dan Simmons
Mondadori