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martedì 23 ottobre 2012

Sindrome di Lazzaro.



Dice: mettilo sul blog che è carino.
E io ce lo metto.
Un racconto di zombi in divenire o diventare, una manciata di righe che raccontano di zombi italici.
Se passate di qui e volete lasciare un commento, educato si intende, siete i benvenuti.

E poi, come sempre, è scritto grande anche per i più pigri.
                                      SINDROME DI LAZZARO

MINISTERO DELLA SALUTE – dipartimento della sanità pubblica
Oggetto: Sindrome di Lazzaro
Dal primo Aprile 2012 sono stati segnalati numerosi casi di morte apparente o “Sindrome di Lazzaro”.
Stato confusionale, impossibilità di espressione verbale, deambulamzione incerta sono i sintomi evidenti.
Chiunque venisse in contatto con persone affette da questa patologia è pregato di avvertire tempestivamente il ministero al numero verde in sovraimpressione.
Il ministero precisa inoltre che: non ci troviamo davanti a un focolaio virale e che la presenza di quelli che vengono definiti volgarmente cadaveri ambulanti, Zombie, Ritornanti, o Morti viventi, non è certificata in nessun caso della storia medica ed è da attribuirsi a superstizione.
Chiunque venisse colto a diffondere dichiarazioni false e mendaci per la popolazione e in atti volti alla diffusione del panico, sarà immediatamente arrestato e processato per il reato di Procurato Allarme di cui all’art. 3 del D.L. 122/1993.

Rosa è rimasta sola.
Sono passate due settimane dal funerale di suo marito e per la prima volta, da quando la marea dei parenti e della condoglianze si è ritirata, si sente sola.
E’ questo l’incolmabile vuoto di cui ha parlato il prete?
Come ogni giorno continua a compiere gli stessi gesti: apparecchiare la tavola, cucinare per due persone.
Quando se ne accorge non sa se rammaricarsi o dare sfogo alla rabbia  contro quelle abitudini che non riesce in alcun modo a spazzar via.
A rinforzare tutto questo c’è l’idea che rimuovendo i suoi oggetti personali, gli abiti appesi nell’armadio, i guanti da lavoro, le monete vicino le chiavi lasciate nel vuotatasche poco prima che l’infarto lo cogliesse alla sprovvista, possano sbiadirne il ricordo.
Rosa continua a sedersi a tavola lì, nel posto di fianco a quello di suo marito, come aveva fatto per una vita intera sul lato lungo del tavolo e consuma, da sola, il suo pasto.
Un pasto senza sapore, né odore, da mandar giù con un bicchiere d’acqua fredda di frigorifero; proprio come piaceva a lui.


Quello che mi colpì subito, fu l’odore.

Un misto di marciume, di andato a male, di carne in putrefazione.
Con l’ombrellino rosso ancora teso a indicare in direzione della barcaccia di Bernini ai turisti giro lo sguardo alla ricerca della fonte di quella esalazione. Subito la trovo lì, quasi di fronte a me nelle spoglie di un uomo male in arnese in smoking che, immobile e ciondolante al tempo stesso, sembra sforzarsi di mantenere l’equilibrio.
Da come era vestito, con tanto di colletto rigido e farfallino, non si sarebbe detto un senza tetto, ma la puzza che emanava non faceva altro che confermare che gli ultimi tempi non dovevano essere stati facili per lui.
Cercai di concentrare l’attenzione del mio gruppo sulla fontana, gesticolando con entrambe le mani, ma non ci fu niente da fare, videocamere e telefonini era già puntate sulla figura di quel poveretto.
E in effetti non erano i soli; a decine tra i passanti avevano imbracciato i loro cellulari per immortalare quell’infelice.


Un suono ritmico, familiare e inaspettato, la rianima dai suoi pensieri foschi: stanno bussando alla porta.
Quando chiede chi è conosce già la risposta, una risposta che tuttavia tarda ad arrivare e quando giunge lo fa sottoforma di una lunga e bassa nota espirata.
L’uomo che si trova davanti sembra osservarla da una distanza siderale.
Ma lei lo riconosce, non ha dubbi, e il suo cuore si ferma per un attimo.
Lacrime, calde e copiose prendono a scendere, Rosa è felice-felice-felice. Prende le mani del suo amato e delicatamente, come se avesse paura che possa svanire, lo abbraccia e piange.


Alzheimer, mi dissi, non poteva essere altrimenti.
Un uomo così conciato e in evidente stato confusionale non poteva che essere vittima di una crisi dell’infame sindrome.
La mia famiglia ne era funestata da generazioni sapevo come riconoscerne i sintomi.
I suoi movimenti sono lenti, quasi rigidi, ma piano piano Rosa riesce a condurlo in cucina e a farlo sedere.
Vorrebbe tempestarlo di domande ma l’unica cosa che riesce a chiedergli è “Come stai?” domanda alla quale lui non risponde.
Escludendo quel sospiro cupo e lamentoso che continua a emettere dalla bocca semiaperta, non ha proferito parola alcuna nemmeno quando si è trovato la moglie davanti.
Rosa telefona a sua figlia. No, non sa come sia possibile e nessuno dall’ospedale l’ha avvertita e sì, nessuno sembrava averlo accompagnato. Infine la rassicura -E’ tutto a posto. Vieni quando puoi, papà sarà felicissimo di rivedere anche te.-
Rosa torna a sedere vicino a suo marito, gli offre metà del cibo che ha preparato. Per fortuna che aveva cucinato per due.
Dopo aver messo i piatti sulla tavola lo aiuta a prendere posizione; gli mette un lungo tovagliolo sotto il mento e cerca di imboccarlo ma lui sembra completamente disinteressato al cibo che gli viene offerto.
-Non hai fame? Non fa niente, non preoccuparti- e continua ad accarezzargli le mani e a guardarlo come se fosse tornato, o meglio, sfuggito a un brutto sogno.
Qualcosa poi attira la sua attenzione; l’abito che porta è tutto gualcito e impolverato, sembrava averci dormito e che odore strano! Segno che all’ospedale non lo avevano custodito come si deve.
-Aspettami, vado a prenderti un cambio-
Rosa si allontana dal marito e quasi correndo raggiunge la camera da letto da cui tira fuori biancheria e vestiti puliti e, come aveva fatto per tutta la via trascorsa insieme, li adagia ordinatamente sul letto.
Quando torna in cucina lo trova nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato.


Alcuni idioti presero a schernirlo.

Erano tutti ragazzotti che di sicuro avevano marinato la scuola.
Non so perché ma la faccia di uno di loro mi è rimasta impressa. Dai tratti leggermente asiatici e la faccia gonfia con un accenno di peluria mi venne subito in antipatia.
Non fosse altro perché era il più chiassoso del gruppo.
I cretini, circondando il poveretto, si erano messi a punzecchiarlo, a tirargli monetine, lattine vuote e cicche ancora accese, cose di cui l’uomo non sembrava accorgersi.
In punta di piedi, per traguardare le teste della folla, cercai una divisa, un poliziotto o qualcuno che potesse metter fine a questo scempio, ma non ne vidi.
Decisi così di intervenire e irruppi nel capannello che andava prendendo forma attorno a quel poveretto.

Sono passate circa due ora da che suo marito è rincasato e lui continua a non degnarla della minima attenzione, non una parola, né uno sguardo.
Certo era accaduto altre volte durante la loro lunga vita matrimoniale, che lui fosse in collera per motivi tutti suoi. Ma Rosa aveva lasciato sempre correre, sempre, anche quando l’aveva tradita non aveva fatto scenate o minacce no, aveva lasciato che la vita scorresse veloce e tumultuosa come un fiume in piena, per poi riadagiarsi placida nel suo letto.
Stavolta però non sapeva davvero come raccapezzarsi, non aveva la minima idea di cosa poteva essergli accaduto, o di cosa potesse avergli fatto, quale sgarbo o dimenticanza.
Poi la folgorazione; ma certo come non pensarci! Si era ritrovato in ospedale da solo senza nessuno a tenergli compagnia, e questo doveva averlo indispettito.
Rosa sorrise e tra sé e sé mormorò -Passerà, passerà…-


Brandii l’ombrello come una spada, facendolo oscillare davanti le loro facce in maniera particolare davanti al muso di Faccia Gonfia.

Intimai loro di fermarsi, di smetterla, non vedevano che quell’uomo era evidentemente malato? Se non l’avessero finita immediatamente avrei chiamato la polizia. E per dimostrare la serietà delle mie intenzioni estrassi il cellulare dalla mia tasca e feci per telefonare.
Nessuno sembrava essere intimorito dal gesto. Continuavano con il loro insensato lancio di oggetti finché qualcuno sembrò accorgersi della mia presenza invitandomi ad allontanarmi.
Feci di nuovo per protestare; finalmente mi davano retta, ma fui subito interrotta dalle parole di questi “Signora, si allontani, non lo vede che quello è un pervertito?”
Non compresi subito quello che stava cercando di dirmi, fatto sta che nella foga del momento mi ero dimenticata del poveruomo che continuava a oscillare alle mie spalle.
Mi voltai e quel che vidi mi lasciò esterrefatta.
L’elegante smoking che indossava era completamente aperto sulla schiena in un taglio senza sbavature che correva dal colletto alle gambe dei pantaloni.

Sono le venti.
Come ogni sera Rosa ritira i panni che ha messo ad asciugare dal mattino, chiude le persiane, accende la luce e inizia a preparare la cena. Un brodino leggero ma saporito sa che renderà felice il suo uomo.
La tv è accesa in camera da letto. Lui, lentamente, si è fatto adagiare su una sdraietta posta davanti al video e impassibile osserva le immagini che ininterrotte gli scorrono davanti in un susseguirsi di lampi colorati.
Rosa pela le patate, taglia le carote, aggiunge alcune verdure, del sale, e l’ingrediente segreto che ha reso famose le sue minestre in tutto il  parentado, anche quello esteso, e che non rivelerà mai a nessuno.
Domattina andrà a meglio, continua a ripetersi, la notte porta consiglio e domattina sarà tutto passato e mi parlerà ancora e mi racconterà cosa gli è accaduto.
Il suono del campanello interrompe il filo dei suoi pensieri.
Suonano una, due, tre volte, insistentemente. -Signora, apra la porta- Chi può essere a quell’ora? Non riconosce la voce ma passando dalla cucina all’ingresso le giunge dalla strada il riflesso della luce di una sirena. Si tratterà di una fuga di gas? -Chi è?- azzarda a chiedere -Signora apra la porta o dovremo buttarla giù.-
Impaurita da questa minaccia Rosa si affretta a togliere catenacci e chiavistelli, e quello che vede la spaventa come niente aveva mai fatto in vita sua.


Mi allontanai dalla cerchia urlante con le idee confuse e la speranza che qualcuno intervenisse a metter fine a questa storia.
Quello che inizialmente era stato un gruppo di alcune persone andava crescendo configurandosi come una folla.
Il lancio di oggetti divenne una pioggia e, fatta eccezione per quel suo continuo e basso lamento, il poveretto non sembrava subire niente di quanto stava accadendogli.
Non capii da quale direzione giunse un sampietrino, evidentemente divelto dalla pavimentazione stradale, che colpì l’uomo in piena fronte. Il colpo oltre a provocare una profonda lacerazione da cui sgorgò uno strano fluido nerastro, sembrò risvegliarlo da quel sopore che lo attanagliava e le cose precipitarono.

Degli uomini, almeno una decina, con indosso delle strane tute bianche da apicoltori, le intimano di farsi da parte -Come da disposizioni ministeriali, siamo qui per prelevare un individuo infetto- tuona uno di loro senza guardarla in faccia seguito dagli altri della sua compagnia che, ad armi spianate, si introducono nell’appartamento alla ricerca di chissà cosa.
Poi qualcuno grida di averlo trovato -Ma chi, cosa?- chiede inascoltata Rosa, e quando si rende conto che suo marito è sotto la minaccia di un fucile resta senza parole.
Gli apicoltori costringono l’uomo ad alzarsi, gli mettono in testa uno spesso cappuccio collegato a un lungo bastone e lo costringono ad alzarsi. Lo portano via come un cane randagio è il pensiero che assale la donna, me lo stanno riportando via. E Rosa grida, piange, strepita cercando di opporre, seppur flebile, una resistenza di cui quegli uomini non sembrano nemmeno accorgersi.
Poi, così come hanno fatto irruzione, defluiscono dalla porta di ingresso.
Di nuovo il silenzio la avvolge. E stavolta non sa spiegarsi il perché sia stata costretta a rimanere sola.


Non c’era nessuno in Piazza di Spagna che non avesse preso a correre.
Il tizio che fino a dieci minuti prima andavo compatendo, aveva a sua volta iniziato ad aggredire chiunque gli capitasse a tiro.
Certo, Faccia Gonfia e i suoi amici meritavano una punizione, ma quello che accadde fu davvero troppo e impossibile da credere nonostante lo avessi visto con i miei occhi.
Dopo aver preso il sampietrino in piena fronte l’uomo non si era toccato la ferita come avrebbe fatto chiunque per valutare i danni, aveva invece smesso di barcollare e di ansimare.
Poi, improvviso e velocissimo era scattato in direzione di uno dei ragazzi che lo stava tormentando e con un morso gli aveva portato via un pezzo di carne dall’avambraccio.
Il ragazzo prese a gridare e per il dolore si accasciò a terra. L’assalitore gli fu di nuovo addosso e tra le urla di terrore e di sgomento degli astanti prese a sbranarlo.
Solo a quel punto la folla diede il via a un terrorizzato fuggi-fuggi.
Doveva trattarsi di rabbia altro che Alzheimer, cercai di razionalizzare. Ma ogni tentativo di trovare una spiegazione logica a quel che stava accadendo venne spazzato via da quel che capitò successivamente.
Il ragazzo, che giaceva inerte in una pozza di sangue e con le budella sparse ovunque, si alzò in piedi.
Come poteva essere possibile una cosa del genere?
Come potevano un insieme di … di … frattaglie tenute insieme da esili, filamentose cartilagini muoversi?
Dalla scomposta posizione che aveva assunto dopo esser passato per le mascelle del suo aggressore, dopo ritmico e breve sussultare, si era rialzato da terra e con l’unico bulbo oculare rimastogli si era guardato intorno, prendendo poi a camminare con passo deciso verso un gruppetto di persone, impaurite e nel contempo curiose, rimaste ferme a osservare la scena.
Quelle cose, perché non aveva più senso definirle persone, abbrancarono qualsiasi cosa si parasse loro innanzi: cani, piccioni, persone, gatti. E ognuno di loro, persone o animali, dopo esser passato per le loro fauci, riprendeva a muoversi sfidando ogni legge della biologia che li voleva morti.
Corsi a perdifiato verso la scalinata di Trinità dei Monti e imboccai il vicolo subito dietro di essa dove avrei trovato via di fuga e di salvezza sui treni della metropolitana. Ma non appena infilai la stradina la mia corsa si arrestò, i cancelli della stazione erano chiusi.
Mi voltai cercando di tornare sui miei passi ma una marea umana in preda al panico e in cerca della mia stessa via di scampo, mi si scaraventò addosso facendomi perdere i sensi.
Si dice che quando stai per morire, in quei secondi che precedono lo spegnimento biologico, tutta la vita ti scorra davanti.
Sull’avambraccio ho il segno di un morso. Anzi no, mi manca proprio un pezzo di carne. Probabilmente mi sono salvata dalla masnada affamata perché dovevano aver pensato che fossi già morta e mi hanno, per così dire, solo assaggiata, e per fortuna non provo alcun dolore.
Sopra di me sento volteggiare degli elicotteri ma restano oltre i tetti al di là del mio campo visivo.
Ogni via d’accesso alla piazza è stata chiusa, camionette della polizia e dell’esercito impediscono a chiunque di avvicinarsi a suon di fucilate.
Intorno a me figure dallo sguardo perso si muovono lentamente senza una meta precisa.
Ho freddo.
Riconosco, riverso faccia a terra, l’uomo che avevo cercato di difendere, ma da chi?
Devo essere sotto shock perché non riesco a ricordare nulla.
Raccolgo l’ombrello, finito chissà come quaggiù, e lo stringo forte come se potesse trattenermi a terra.
Ho freddo e una strana sensazione, come di cadere ma verso l’alto, si sta lentamente impadronendo di me.
Decido di avvicinarmi a una pattuglia, loro di certo potranno aiutarmi e in fondo sono qui proprio per questo, per aiutare!
Mi muovo, ma sento le gambe rigide e dure e così strascico i piedi.
C’è un uomo sul tetto di una camionetta che sta guardando nella mia direzione.
Agito le braccia e cerco di richiamare la sua attenzione ma l’unico suono che riesco a emettere si palesa in una
lunga e bassa nota espirata.

MINISTERO DELLA SALUTE – dipartimento della sanità pubblica
Oggetto: Istituzione Coprifuoco
Nei termini e nei modi previsti dalle legge del DPR 24 novembre 1971, n.I 199., il Ministero della Salute e il Ministero della Difesa, attuano, alfine dell’instaurazione di una precisa profilassi contro la diffusione della endemica Sindrome di Lazzaro, il coprifuoco dalle ore 00.00 di questa notte.
Chiunque verrà sorpreso nella trasgressione di questa ordinanza verrà fucilato seduta stante.