Google+ TBMT: 10/24/12

mercoledì 24 ottobre 2012

Purchè si legga!


Io sto con Don Rodrigo!


Lo riconoscete?
Questo bel tipetto baffuto serigrafato non è, come potreste pensare, Caravaggio ossia il personaggio ritratto a suo tempo sulla banconota delle centomila lire.
Anche lui però, ossia il tipo baffuto qui serigrafato, quel prezioso  luogo cartaceo lo avrebbe occupato con lo giusta disinvoltura.
Questo è il ritratto del cattivo per eccellenza della letteratura italiana, il più zozzo malvagio e tremendo che scrittori italici siano mai riusciti a concepire.
Lui è Don Rodrigo!
Ora, non posso credere che non sappiate di chi stia parlando e che non vi siate grattati nel ricordarlo.
Ricordare lui, la fiera di personaggi che lo circondavano, i due rompipalle protagonisti del romanzo che è, ovviamente, I promessi sposi, e tutto quello che è conseguito in quell'anno scolastico in cui ve lo hanno fatto sciroppare.

E dagli che per convincervi vi hanno mostrato anche le clip degli anni '80 di un trio comico molto in voga all'epoca; eppure non c'è niente da fare, i Promessi son pallosi a qualsiasi età li si legga.
Lo dice il vostro scrivente, che sarei io, a cui codesto libro fu sottoposto già alle elementari. Certo era una riduzione adatta a noi giovani, ma insomma non una storia proprio per noi ecco.

In tutti questi anni sono stato ossessionato da due cose.
La prima, e per me più brutale, l'incipit del romanzo: "Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi". E non chiedetemi il perchè dell'inquietudine.
La seconda, che è quella che più mi preme e con cui ho intitolato questo post, riguarda lui, il Don Rodrigo.

A me i cattivi son sempre piaciuti.
Mi piacciono perchè il male che perpretano ha uno scopo un suo perchè. Ogni cattivo che si rispetti ha un passato lacrimevole e a suo tempo, prima che il fato infame si mettesse in mezzo, son stati buoni pure loro.
Certo, alcuni sono usciti fuori dalla penna degli scrittori bastardi-senza-riserva, ma quelli son casi.

Don Rodrigo -poveraccio- mi nasce già bastonato.
Chiariamo subito che Manzoni la sua figura, quella del Don, stava sulle palle per un motivo ben preciso.

La tradizione orale lecchese identifica il palazzotto di don Rodrigo con la villa dello Zucco che, nel Seicento, apparteneva alla casata

degli Arrigoni, nobili  protagonisti di una lunga faida contro i nobili -ma guarda un pò- Manzoni. Coincidenza?
Ma nemmeno per sogno. La prima regola di chi scrive è raccontare di quello che si conosce.
Poi vabbè c'è chi scrive di zombie e di vampiri ma quello è un altro paio di maniche.
Insomma, come sempre, è chi sopravvive a raccontare la sua versione della storia nella maniera che più gli aggrada.

Però nel tessere la sua trama d'amore possibile lui, Manzoni, ha commesso un errore piuttosto grosso cioè quello di  creare un cattivo di prim'ordine, un personaggio che col trascorrere del tempo, ha guadagnato più carisma di quei due piagnoni di Renzo e Lucia e di tutta la loro strampalata cricca.
 
Tanto per rimarcare subito l'antipatia che l'autore provava nei confronti del suo cattivo, arriva addirittua a umiliarlo introducendolo solo al quinto capitolo  senza nemmeno darcene uno straccio di descrizione. Non sappiamo nulla infatti della fisicità di Rodrigo, Manzoni omette le descrizioni non ci dice se fosse alto o basso, bello o brutto, barbuto o glabro, niente di niente. E questo mi fa pensare che fosse più bello di lui.
 

Sì, ok, all'inizio del libro compaiono i Bravi che parlano in sua vece, ma non è che si capisca subito con chi è che abbiamo davvero a che fare!
E questa è maestrìa, vera arte; mostrare e non mostrare il cattivo è una cosa che fa un sacco paura. Stratagemma che riprenderà persino Ridley Scott nel 1979 in Alien.
L'alieno fa più paura lì in quei film perchè non lo vedi ma sai che c'è!


Allo stesso modo Rodrigo -sì, gli do del tu- non viene mai descritto. Ci viene detto che c'è e questo deve bastarci.
Certo, diranno alcuni che ne sanno più di me, Manzoni te lo descrive attraverso il paesaggio, traslando il profilo dell'uomo sulle figure della casa e della terra che lo circondano.
Ma stiamo scherzando?!

 
«Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno dei poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera [...]. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la capitale del suo piccolo regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi del paese»

Una bicocca! Don Rodrigo sarebbe una bicocca e non una villa in riva al lago? Non sarebbe quel fascinoso bel tenebroso che pensavamo?
Ah no, quello è l'Innominato.
Diciamocelo papale-papale, questo pover'uomo, tanto cattivo non poteva poi essere; piuttosto tanto sfigato sì!
Non aveva nè faccia, nè casa, ma alloggiava in un tugurio.
Eppure è lui il motore di tutta la vicenda. E' lui l'ingranaggio che smuove e innesca il romanzo è lui che per bocca dei suoi sottoposti pronuncia
«Questo matrimonio non s'ha da fare» e se non fosse per lui tutto 'sto pippone di storia non ci sarebbe stata.
Il Tramaglino e la Mondello si sarebbero sposati subito-subito, avrebbero acceso l'agognato mutuo e figliato a volontà.
Ovvio però che non ci sarebbe stato appeal nel narrare una vicenda media come quella di una famiglia povera e in divenire.

Me lo immagino il Manzoni, seduto al suo tavolinetto a pensare la storia di due che vorrebbero sposarsi ma non possono a causa di un qualche trabocchetto del destino.
E quale miglior espediente, per i tempi, se non un infame e malandrino individuo?
Il buon Don Rodrigo è uno che ci rimette sempre e comunque.
Ci viene detto che è un puzzone, un mascalzone, uno che ha sempre la luna storta. E ci credo io che gli rodeva, come poteva essere altrimenti? Generato, ideato, scritto e messo al mondo da un padre che già ti odia farebbe girare le palle a tutti!

Senza contare che Manzoni ne dà descrizioni differenti in luoghi diversi della narrazione.
Se nelle fasi iniziali ci viene descritto come un genio del male, un fastidioso signorotto, in un secondo momento è un coglioncello qualsiasi. Ditemi voi se questo non è odio nei confronti della propria creatura.

Don Rodrigo mi nascerebbe come malvagio ma ben presto è retrocesso al ruolo di macchietta, diviene personaggetto un pò così, messo per fare colore.
E' un signorotto un pò burino, -quasi folcloristico a questo punto- che vive nella peggiore delle stamberghe, non ha un quattrino e al fine, soccombe davanti a tutto e tutti.
Com'è possibile allora che Renzo se la faccia sotto solo al sentirlo nominare?
Ah, ma forse perchè lui, Rodrigo, potrebbe fargli mettere le mani addosso dal suo Griso?
Il Griso. Uno con questo nome d'arte sarebbe stato bene tra gli amici di Maria, seduto sul trono, e avrebbe sbaragliato tutti al televoto.
Ma torniamo al suo principale.

Rodrigo è solo e deve vedersela col mondo.
Rodrigo è contro tutti.
Contro il suo padre creatore Manzoni,  contro le tarme della sua stamberga, contro i contadini che lo schifano e se si avvicina lo schioppettano: andasse da qualcun altro a chiedere soldi per pagare i suoi sottoposti.


Sì, Don Rodrigo contro tutti, è così che reinterpreteri il romanzo; una storia in cui il baffuto -iconograficamente parlando- ci prova in tutti i modi ma non ci riesce, vuole ma non può! Un piccolo fiammiferaio senza fiammiferi.
Rodrigo soccombe davanti a Frà Cristoforo (e qui potremmo anche dirne sulla conversione di Manzoni), ci rimette con l'Innominato e infine, poveraccio, muore della morte peggiore: di peste, abbandonato in un lazzaretto e persino dai suoi -cornutisissimi- salariati.

Tiriamo dunque una linea. Da una parte mettiamo i buoni, dall'altra i cattivi.

I buoni sono rappresentati dai due Renzo e Lucia, piagnoni e insopportabili protagonisti assurti al ruolo di eroi dell'amore.
I cattivi, manco a dirlo, sono Rodrigo con i suoi Bravi.
Lascio volutamente fuori Don Abbondio o l'Azzeccargaugli -che io metterei comunque tra i cattivi.

Voi da che parte stareste?
Affianchereste la bella che "no, giammai, io son per l'amore vero e puro e spero che il mio futuro marito sia anche spiritoso" o il misterisosissimo personaggio che poi tanto misterioso non è, perseguitato dalla sfiga?
Rodrigo è al tempo stesso Paperino e Macchia Nera. Ha la sfortuna e l'imperfetta umanità del primo e il pragmatismo del secondo che passa per cattiveria.
Rodrigo è quello che pesca sempre la Luna Nera nei giochi di carte in tv, che becca il pacco sbagliato. Rodrigo è il pubblico parlante tra i vecchietti dei tribunali televisi a cui viene sempre tolto il microfono da sotto la bocca.
 

Io sto con Don Rodrigo perchè lui è uno di noi.
Io sto con Don Rodrigo perchè, alfine, potrebbe davvero rompersi le palle e chiuderla così:








Acqua di mare - Charles Simmons *****



«E chi sogna su una barca a motore? A motore si coltivano ambizioni, non sogni».

Alcuni libri hanno del miracoloso nella loro brevità.
Sono stato uno di quei ragazzini fortunati, anzi fortunatissimi, che hanno avuto l'opportunità di passare gran parte della loro vita e crescere in riva al mare.
Mio padre mi lasciava nel sud pontino per tre mesi l'anno -dalla chiusura delle scuole fino al giorno della loro riapertura- immerso nella natura, al riparo di verdeggianti dune, a scorrazzare.
Lì sono cresciuto, mi sono formato più che in altri posti e non nego che un parte di me resterà per sempre ancorata a quei luoghi, legata a quei profumi.

Acqua di mare è un romanzo che parla anche di questo attraverso un punto di vista molto particolare.
E' infatti lui, il mare, l'oceano il protagonista assoluto e incotrastrato dell'intera narrazione.
Testimone e personaggio principale onnipresente in ogni pagina, in ogni parola, in ogni azione dei vari personaggi che costellano il libro.
Un mare grande, immenso, nero in lontananza, verde, e celeste vicino la riva.

Il sedicenne Michael -detto Misha- suo padre Peter e la madre trascorrono l'estate a Bone Point.
Padre e figlio sono molto legati tra loro, trascorrono molto tempo insieme nuotando lontano dalla riva, veleggiando a bordo della loro barca -Angela-, pescando e facendo lunghe passeggiate.
Tutto sembra immerso nella dorata cornice della perfezione, il sole, il mare, la salsedine, la felicità e quel senso agrodolce e malinconico che solo la stagione dorata riesce a trasmettere.
Due donne fanno la loro comparsa, Mrs Mertz e la sua bellissima figlia ventenne Zina.
Per Misha è amore a prima vista, lei così bella, così vicina e al tempo stesso irragiungibile, così impossibile e bella, così attraente da far scoppiare il cuore.
E mentre leggiamo del cuore di Michael/Misha che palpita d'amore, iniziamo a intravedere anche le ombre che il corpo del bellissimo padre proietta intorno a sè.
Le ombre di un seduttore, di un essere carismatico, di un uomo che sa della vita più di quanto ne dà a vedere.
Viene a crearsi un triangolo impossibile tra Peter, Zina e Michael lacerato tra l'amore per un padre che non sa riconoscere e l'amore più greggio e adolescenziale che prova per la donna.

«le onde dal lato dell'oceano lanciavano spruzzi. Credo di avere pianto. Lacrime e acqua di mare hanno lo stesso sapore».

Non ci sono parole fuori posto. Ogni elemento è messo lì, chiaro, cristallino. Niente può essere frainteso o letto in maniera sbagliata.
Un pò romanzo di formazione, un pò storia d'amore e naturalmente il gusto amaro dell’adolescenza con le sue incertezze desolanti e le sue certezze incrollabili.

Dicevo però che è il mare il protagonista assoluto. Così invasivo, così persistente, bello e terribile, un affascinante e quantomai letale belva blu addormentata. 


Acqua di mare 
Charles Simmons

BUR Biblioteca Univ. Rizzoli