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lunedì 12 novembre 2012

L'uomo dei cerchi azzurri - Fred Vargas ****



Nel 1982 dalle mie parti era ancora raro che i bambini uscissero da scuola alle 16.30.
Ovviamente a me questa rarità non venne risparmiata e fui uno dei primi marmocchi a usufruire del tempo-pieno (parliamo del Lazio) dalle 8.30 alle 16.30. Ricreazione alle h10.00, pranzo alle h13.00 e se andava bene e il tempo atmosferico lo permetteva ci scappava anche un'ora in cortile.
Per il resto, che ci crediate o meno -zut!- in classe a darci da fare.
Come raccontato alcuni post addietro, siccome le giornate eran lunghe e il programma ministeriale normale, ce lo bevemmo in quattro e quattr'otto, le mie insegnanti pensarono bene di inserire la lettura dello spassosissimo "I promessi sposi" e di rendere più originale l'insegnamento della matematica che andò a coprire anche gran parte del programma delle medie. Certo, chissenefrega se poi arrivati lì alle medie-inferiori poi sti ragazzini si annoiano...

Uscito da scuola le alternative per il pomeriggio, ridottosi  a una mezz'oretta scarsa di luce, si riducevao a due possibilità: 1 andare a casa di mia nonna e guardare la televisione. 2 Andare a casa mia e vedere la televisione.
Non che fossi teledipendente ma, ditemi voi, se alle 16.30 -in inverno- un ragazzino che si è dovuto fare già otto ore di scuola pesante, poteva avere altre alternative.
Quando era l'alternativa due a palesarsi; dopo una sana merenda a base di pane e pomodoro e spremuta d'arancia e un mezz'ora buona a gridare "Miwa lanciami i componenti!" indossavo il pigiama (lo so che era preso) e mi arrampicavo sul tavolo della cucina.

Il tavolo della cucina a casa dei miei genitori è sempre lo stesso; sono quarant'anni che sopporta di tutto, dalla esecuzione di ricette improbe, all'essere infilzato con le punte dei compassi, da litri di tempera versata sulla sua superficie, cos'è che non ha vissuto? E funzionava persino da nascondiglio per le caccole!
In quei pomeriggi in cui mi ci arrampicavo con il mio pigiama, dopo la visione del beneamato Jeeg, toccava a mia madre scegliere il programma televisivo che invariabilmente poteva consistere o nell'ennesima replica di Star Trek, o le avventure della Signora in Giallo.
Tutto questa premessa per spiegare da dov'è che arrivi l'amore per la fantascienza e per i gialli, insomma è tutta colpa di mia madre. 
( Che se volete conoscere meglio potete leggere qui -accattandovi 'sto libricino davvero pregevole- perchè l'ho intervistata) 
Pensate che fu lei per prima a dire le seguenti frasi "Certo che io a Cabot Cove non ci vivrei mai e poi mai. Insomma quanti abitanti saranno? Duemila? Tremila? E c'è almeno un omicidio al giorno? Di certo sarà la città meno sicura d'America se non del mondo. Ci son più morti ammazzati che in uno scenario di guerra!" E facendosi due conti, calcolò che almeno il 2% della popolazione di Cabot Cover era morta di morte-violenta!
Poi, quando la vecchia Fletcher prese a viaggiare, fu sempre mia madre a capire che "E' ovvio, è lampante! Non è la polizia a brancolare nel buio è la signora Jessica Fletcher a essere una gran paracula. Tutti 'sti omicidi è lei a commetterli e riesce sempre ad addossare la colpa agli altri!"
Ahimè, quello che per anni le sfuggì, fu il movente della vecchia assassina.
Le ipotesi che elucubrò avevano comunque del logico.

Potevano essere manovre atte ad avvicinare lui, Magnum P.I -che in un episodio mai visto qui da noi passeggia a cosce scoperte sulla spiaggia proprio con la regina delle assassine.
O tutti questi piani machiavellici erano solo delle eleganti manovre pubblicitarie per permetterle di vendere ancora di più i suoi romanzi?

Ordunque, seguendo questa mia inclinazione al giallo inciampo su Fred Vargas e il suo "Uomo dei cerchi azzurri" e l'impressione che ne ho tratto è stata GULP!

La trama:
Da quattro mesi i marciapiedi di Parigi riservano una sorpresa apparentemente innocua: grandi cerchi blu tracciati con il gesso, sormontati da una frase "Victor, malasorte, il domani è alle porte". Al centro di queste circonferenze una serie di oggetti stravaganti: un trombone, una pinzetta, un vasetto di yogurt, una candela…
I giornalisti indagano per sfamare l’interesse dei lettori e gli psicologi si dividono tra chi grida al maniaco, e chi ipotizza la burla. Adamsberg, il protagonista del romanzo, non trova nulla di divertente nell’escalation dei cerchi egli intuisce che dietro l’apparente stramberia si nasconde qualcosa di morboso.
E ben presto i fatti gli danno ragione: un’altra alba e un altro cerchio su un marciapiede, ma stavolta, al centro esatto, un corpo di donna. Parte così una corsa contro il tempo per fermare un assassino del quale si ignora letteralmente tutto.

Giorni addietro Marilù Oliva twittava: "Macché gialli e gialli. Il vero mistero per me non è chi ha ucciso il morto: il vero mistero è l’animo umano" Quanta ragione c'è in questa affermazione? Ed è così che Fred Vargas ha dato vita a una serie di personaggi tridimensionali, reali, complessi. Con poche righe tratteggia un commissario Adamsberg che, per sua di lui ammissione, non è perfetto. Ha un metodo di indagine che non è un metodo. Pensa di non riuscire nella ricerca prima ancora di iniziarla rendendosi subito ai nostri occhi fallibile. La sua risposta preferita è “non lo so”. Il suo metodo, nel suo significato etimologico di “strada per”, è un cammino circolare e inane, su se stesso. La sua logica segue peregrinazioni episodiche e indolenti. Adamsberg non cerca l'ordine nel caos. E proprio per questo alla fine l'ordine, si potrebbe dire, venga a lui.
Risposi al cinguettio di Marilù Oliva con: "Per come lo vedo: il giallo è anche gioco" Ed è anche questo che ho ritrovato ne "L'uomo dei cerchi azzurri" il divertimento, il ludico momento nel ricercare chi è l'assassino come ci si aspetterebbe proprio da un libro che si definisce giallo.
Marilù Oliva:
"il giallo implica uno schema preciso: non basta un morto ammazzato per dichiararsi giallisti!"
Io: "Ovvio,
tutti gli autori cercano di usarlo (il giallo) come metafora ma in pochi ci riescono (Marilù è una dei pochi), stendendo (al massimo) la trama di una partita di cluedo."

Un' esperienza, questa lettura, da ripetere e da perseguire con i romanzi successivi che, mi dice uicchipedia essere ben otto!

L'angolo del saputello (sì ho perle quasi per ogni occasione, anche se fanno signora anziana. Capita? perle di saggezza, perle come gioielli... no? Vabbè!): perchè i polizieschi li chiamiamo romanzi GIALLI?
L’impiego del termine “giallo” come sinonimo di “poliziesco” è tipicamente italiano.
Le origini di questa definizione ricadono sulla grafica di copertina che venne ideata dalla Mondadori quando negli anni '20 mi pare, importando i primi romanzi di genere poliziesco, ideò una copertina con uno sfondo color giallo canarino dove campeggiava un cerchio rosso con all’interno un’illustrazione che richiamava il momento saliente della vicenda narrata.


L'uomo dei cerchi azzurri 
Fred Vargas
Einaudi






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