Google+ TBMT: 01/17/13

giovedì 17 gennaio 2013

Casino Royale - Ian Fleming ****

Ma quanto è bello scoprire un personaggio così come lo aveva congegnato il suo autore?
Sì perché questo Casino Royale è nientepopodimenoché il primo romanzo da cui sono state tratte le avventure di 007 il più fascinoso, imbattibile e figo degli agenti segreti.
Fico, affascinante, imbattibile, scaltro, una descrizione  che calza a pennello per la sua versione di celluloide.
Quella invece di cellulosa è una caratterizzazione un po' più terra-terra; lui James Bond agente con la sua sigla doppio zero, è un po' antipatico -un  bel po'- così sicuro di sé, così io sono io e voi non siete un ca...
Eppure lo scoprire da subito -appena a pagina 10- che anche a lui sudano le ascelle, che compra auto usate e che prima di andare a letto si lava i denti e mette il pigiama lo rende idealmente più umano.
Ci si rende conto in queste pagine che James Bond non è Sean Conney, né alcuno degli attori -belloccio o meno- che si sono susseguiti nel caratterizzarlo.
Certo, ci viene detto che è un bell'uomo, duro, bravo in quello che fa se non il migliore, il migliore del famigerato bigonzo, ma non è affatto la figura che ci hanno propinato per anni al cinema.
E' fastidioso, odioso, e persino molesto nella sua infallibilità.
Le donne possono essere al suo fianco solo in un posto, il letto, e in missione sono solo di impaccio!

Inaspettatamente nel leggerlo, non ci troviamo davanti al classico meccanisco a cui le trame filmiche ci hanno abituati in cui; c'è un cattivo o una serie di cattivi, Bond viene ingaggiato, appare Moneypenny dietro la sua scrivania, all'egente segreto vengono affidati gadget da paura per contrastare i suoi avversari, si incontra con la bellona di turno e infine vince sul male.
James Bond nasce con lo scopo di essere un pupazzo, un fantoccio narrativo il cui creatore può infilare in qualsiasi situazione divertendosi con lui fino all'inverosimile.
Questa prima avventura romanzesca lo vuole in una situazione quasi statica: seduto al tavolo di un casinò nell'immaginaria località di Royale, a cercare di sconfiggere al gioco del Baccarat il famigerato Le Chiffre il cui scopo è quello di riguadagnare il denaro che ha sperperato ai danni di altre organizzazioni spionistiche.

Ci si diverte nel leggerlo, ma ci si diverte non tanto per la trama che noi, oramai smaliziati e abituati a tutto riusciamo a prevedere, quanto nello scoprire che la creazione di un siffatto personaggio quale è Bond è legata anche alla sua fallibilità e a una umanità che cerca di nascondere in ogni riga dietro un velo di durezza.


Certo è un romanzo che risente dell'età che ha, pieno com'è di stereotipi: gli italiani sono tutti milanesi, palazzinari e caciaroni, i còrsi tarchiatelli e pelosi, i greci tutti armatori, i francesi tutti insopportabilmente altezzosi e gli americani mal vestiti.
Ovviamente a salvarsi sono solo gli inglesi che sono tutti brillanti, belli, capaci e ben abbigliati.
Ma comunque, chissenefrega l'importante è divertirsi e saper sorvolare su quello che, all'epoca, rispondeva a un modo di pensare a cui, mi pare di capire, ancora oggi non si riesce a fuggire. 


La confezione del volume è sobria, come è tipico della Adelphi, ma questa - e le successive della serie- ha un fascino tutto particolare.
La scelta grafica di copertina si rifà alle copertine originali dei romanzi disegnate dallo stesso Fleming negli anni '50 che, a quanto si legge nelle note sull'autore in coda al romanzo, doveva essere proprio un bel tipetto.


Casino Royale
Ian Fleming
Adelphi