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giovedì 25 aprile 2013

Frankenstein. O il Prometeo moderno - Mary Shelley *****

Che quando lo leggi la prima volta non fai caso più di tanto ad alcuni dettagli.
Preso come sei dall'attendere la notte buia e tempestosa, te ne stai a lì a correre per le pagine aspettando che lui, il barone, si palesi insieme al suo gobbo, ai fulmini e all'abaradam che ti aspetti di leggere.
Frankenstein, come tutti i grandi classici della letteratura, è vittima del suo stesso mito; sei convinto di conoscerlo prima ancora di leggerlo e sei convinto di ricordalo alla perfezione anche quando sai di averlo letto.
La pressione culturale, il cinema, le chiacchiere, mutano il ricordo che hai del libro in maniera indelebile e quello che sai di aver letto, viene sostituito dal mito popolare in cui si è trasformato.
Cominciamo col chiarire che Viktor non era un nobile.
Non era barone, conte e nemmeno maresciallo.
Era figlio di un impiegatuccio statale svizzero che se la passava piuttosto bene.
Ma procediamo con ordine, che poi tanto ordine non è.
Viktor Frankestein è napoletanto. Sì, avete letto bene. Anche se nel suo racconto afferma di essere ginevrino la sua nascita avviene in quel di Napoli.
Poi certo, si sarà trasferito nei paterni luoghi ma tutta quella tragedia che si porta dentro, quel suo tragico modo di fare vittoriano, tanto vittoriano non è.
Figlio della Magna Grecia e della sua cultura, volete che non abbia fatto sue proprie le basi della cultura campana che oggi riecheggiano nella famigerata sceneggiata napulitana?
Ovvio che poi con il clima rigido della Svizzera lo abbia codificato in altro modo, ma volete che dalla sua nascita, alla partenza -parliamo di un' epoca in cui ci si muoveva in carrozza se si era fortunati e ci volevano mesi per organizzare uno spostamento- non abbia mai assaggiato nemmeno un pezzettino di pastiera tramite il latte materno?
 
Tante, tantissime cose non ricordavo dalla prima lettura di questo classico che, ammettiamolo, se fosse stato scritto oggi passerebbe per un paranormal-romance.
In Frankestein si parla di un giovane uomo -non ha nemmeno trent'anni- che spinto dalla curiosità e dai suoi studi di filosofia scientifica si mette in testa di cercare il segreto della vita.
Niente manieri in cima a oscuri cocuzzoli, niente lampi, tuoni, fulmini o saette. Eppure nella mia memoria, indelebili, ci sono!
Viktor, ventitré-ventiquattro anni appena è un maledetto genio del pensiero scientifico dell'epoca moderna e forte delle sicurezze che acquisisce in ambito accademico è convinto di poter fare tutto.
E ci riesce!
Preleva cadaveri, li smembra, li assembla e voilà in una manciata di righe ti assembla una delle creature fantastiche più famose della storia. 
E io che mi aspettavo -ricordandola- la famigerata notte tenebrosa e umida ci sono rimasto male.
Anche perché non appena il mostro si sveglia Viktor se la fa sotto dalla paura e scappa via, lasciando la sua creatura da sola; che padre sciagurato! Sì, sciagurato e codardo. Chi avrebbe il cuore di lasciare a casa solo il proprio figlioletto?
Codardo: Viktor costruisce la proverbiale bicicletta e sceglie di non pedalare. Ha creato qualcosa più grande di lui, qualcosa di cui comprende di non potere avere il controllo e per questo ne fugge e l'abbandona.
Ma il biciclo di cui sopra è un essere superiore, non manca certo di intelletto e anche la sua fisicità è superiore alla norma. E' in grado di saltare su ghiacciai impervi, di correre a velocità elevatissime, di resistere alle temperature più aspre e chissà cos'altro.
Il mostro non ha un nome. E' quello che è e basta. Un mostro, una meraviglia messa insieme per capriccio e poi rifiutata.
Rifiutata da un padre che non ha saputo come comportarsi, rifiutato da una umanità che all'epoca -e come non dargli torto- non sapeva accettarlo.
E' per questo che il mostro sceglie la via del male. E' per questo che si macchia del peccato dell'omicidio: è solo e nessuno lo vuole.
Certo la motivazione messa così può apparire superficiale, ma stiamo pur sempre parlando di un romanzo romantico in cui i protagonisti sono inossidabili piagnoni.
L'unico a non piangere -dopo averlo fatto a lungo e in solitudine- è il mostro che vuole solo qualcuno che gli faccia compagnia, che gli doni quel calore che l'umanità non ha saputo dargli.
Nato da un bizzarro puzzle di carne, mix di esistenze terminate e riportate in vita da un geniale pazzo che alla riuscita del suo progetto lo aborrisce e lo rifiuta. Diciamocelo, il culo roderebbe a chiunque. Ma alla rabbia del mostro si sostituisce la consapevolezza del suo male e la presa di coscienza di un cambiamento che potrebbe essere sempre generato da quel padre che, per tutte le tot pagine del romanzo, non fa altro che sparlarne e rifiutarlo invece di bullarsi sella perfetta esecuzione del suo genio!

Oggi come oggi Franknstein non mette paura a nessuno. 
E' un romanzo lento, pieno di quelle sviolinate settecentesche, con lacrime e disperazione. Il Prometeo moderno divenne il manifesto della paura dello sviluppo tecnologico -in parte deve a questo la sua immortalità- che oggi non spaventa più nessuno anzi, lo si ricerca! Il mostro rappresenta inoltre il diverso a cui l'umanità non sa dare nome. Una diversità che aborrisce e spaventa. Nessuno infatti si sofferma a guardare il mostro se non per insultarlo e assalirlo. L'unico a non accorgersi della sua difformità è per l'appunto un cieco.

Frankenstein è un noioso classico dall'aspetto affascinante in cui padri e figli si rincorrono senza capire che vegliare l'uno sulle solitudini dell'altro allevierebbe tutti i mali e sarebbe la risposta a ogni inappagato contrasto.   

Frankenstein. O il Prometeo moderno 
Mary Shelley
Qualsiasi edizione