Google+ TBMT: 05/01/13

mercoledì 1 maggio 2013

Zamina -Update!-


 Mi sono reso conto solo oggi di avere copia-incollato il file sbagliato e che la versione migliore di questa storiella era nascosta in una sottocartella sotto qualcosa d'altro.
Riecco perciò il racconto meglio definito.
Son graditi educati commenti o sinceri rimbrotti purché educati.


“Oggi mio figlio compie settant’anni” dissi al Primo Ufficiale che mi guardava perplesso.
In effetti all’epoca dimostravo la metà degli anni del mio primogenito e gli spiegai che quello era lo scotto da pagare quando ci si imbarcava in missioni che prevedevano salti transluminali.
In realtà Primo Ufficiale è soltanto il modo con cui viene definito l’individuo che sembra essere un capo clan più che un militare.
Ci troviamo in quella che i nativi chiamano Sala Grande, una specie di luogo di culto,  la cui architettura denuncia fin troppo bene le sue origini terrestri.
Una neocultura? Subcultura? Non ricordo come venne definito il fenomeno al centro addestramento, ma era contemplato nei casi studio.
In effetti, guardandomi intorno, non posso fare a meno di riconoscere elementi familiari; sulla parete in fondo alla sala c’è un cartello di cui non comprendo il significato ma le cui lettere, alcune rovesciate, altre segnate per metà, sono senza dubbio legate al nostro alfabeto.
Anche alcuni simboli che indossano o storie che raccontano si rifanno evidentemente alle nostre usanze.
Poi ci sono aspetti nuovi e ancora insondati, come il loro concetto di famiglia che prevede tre uomini per donna e tre donne per uomo e un allevamento della prole “misto”, di sicuro vestigia di teorie sull’ereditarietà volte alla conservazione della continuità genetica consolidatesi in tradizione.

Gliese 581g, o Zamina per i suoi abitanti: erano serviti quindici salti transluminali per raggiungerlo e circa sessant’anni di navigazione di cui; una volta entrati nel sistema Gliese,  l’ultimo mese dedicato alle sole manovre di decelerazione della nave.
Eravamo pochi; venti individui appena ma ben equipaggiati e ci eravamo dati il nome di Flock Wonder perché, come le pecore, ci muovevamo sempre tutti insieme e non avevamo mai lasciato indietro nessuno.
Nell’arco degli ultimi vent’anni almeno altri cinquanta equipaggi simili al nostro erano stati rilasciati ai quattro angoli del cosmo. Lo scopo era quello di rintracciare e riallacciare i contatti con le spedizioni umane che per prime avevano lasciato il sistema solare dirette verso le fasce di Goldilocks di altri sistemi, in cui erano stati identificati pianeti ritenuti adatti alla nostra specie.
In previsione della oramai avvenuta sovrappopolazione della Terra queste missioni avrebbero dovuto, per  così dire, preparare il terreno  agli esodi di massa che sarebbero seguiti; bonificandolo delle specie originarie e terraformando con le sementi delle nostre specie vegetali più aggressive.
Di queste spedizioni non si era più avuta traccia. Ma questo non significava necessariamente che fossero fallite: all’epoca di quei primi spostamenti la tecnologia delle comunicazioni non viaggiava di pari passo con quella dei sistemi di propulsione, tanto che queste avvenivano ancora attraverso segnali radio che, una volta inviati,  potevano disperdersi  o rarefarsi nel lungo tragitto di ritorno o chissà cos’altro.
Eravamo equipaggiati in maniera tale da potere scatenare e sostenere una piccola guerra.
L’ordine primario impartitoci prima della partenza era stato semplice e chiaro: “con le buone o con le cattive”.
Non avevamo idea di quello che avremmo potuto incontrare, se cordiali mezzadri spaziali o agguerriti coloni armati fino ai denti, ma la necessità di costituire una testa di ponte per fornire supporto al nostro mondo oramai in implosione, era di primaria importanza e non lasciava spazio a eventuali interventi di natura diplomatica. Gli abitanti di questi pianeti avrebbero accettato di buon grado di condividere con noi la loro casa o lo avrebbero accettato forzatamente.
La possibilità di trovare questi mondi deserti era stata contemplata ma era una eventualità a cui non volevamo pensare.

Ci alzammo dalle capsule criogeniche con ancora i postumi delle iniezioni di adrenalina e con la metallica voce della CPU della nave che ci incitava a un rapido risveglio.
Alcuni, specie gli ultimi acquisti; sostituti di quelli che, a ragione, non si erano voluti imbarcare in questa missione finale senza ritorno, non erano abituati a viaggi del genere ed ebbero bisogno di un paio di braccia in più per sollevarsi.
I sistemi automatizzati iniziarono a fornirci integratori salini e proteici per sciogliere i muscoli e a preparare l’ equipaggiamento per lo sbarco. Non c’era tempo da perdere.
Vicino ogni capsula di riposo era posizionato un monitor sul quale scorrevano quelli che chiamavamo i ripassi.
Negli anni che avevamo trascorso dormendo i programmi della CPU non si era limitati a tenerci in forma e in buona salute, si erano anche preoccupati di fornirci le informazioni necessarie alla riuscita della missione attraverso la somministrazione di sogni artificiali.
Quelle che ora scorrevano erano perciò dati, immagini, e ipertesti noti ma che ora andavano a fissarsi a un livello mnemonico cosciente superiore, ripassi appunto.

Scorrevano anche immagini in tempo reale non dissimili dagli scenari di cui eravamo in possesso, ma che andavano a integrarli con nuove informazioni.
Zamina era un pianeta roccioso senza alcuna variazione stagionale o inclinazione assiale.
Soltanto metà del pianeta era illuminato dalla sua stella parente e questo determinava notevoli differenze di temperatura con la parte in ombra, mitigate dall’effetto albedo soltanto in una regione continentale dell’emisfero sud.
E infatti erano proprio in quella zona che saltavano agli occhi le vistose differenze tra i dati in nostro possesso e quelli che stavamo ricevendo.
Il processo di terraformazione aveva dato risultato insperati: il contrasto con la dura superficie rocciosa e una vasta zona ricoperta di verde era leggibile a occhi nudi.
Tuttavia non sapevamo cosa pensare: la prima spedizione sembrava essere giunta a destinazione, era evidente, ma non sembravano esserci tracce di costruzioni o manufatti che ne testimoniassero la presenza, eccezion fatta per una cupola di metallo al centro della regione.

Conclusi i preparativi e controllati nostri parametri biofisici finali, la CPU impostò una rotta di atterraggio  nei pressi di una radura non distante dalla costruzione metallica.
Planammo verso la superficie del pianeta seguendo un percorso spiraliforme sempre più stretto verso lo spiazzo scelto.
Atterrammo senza scossoni, il ronzio dei motori si spense lentamente e venne sostituito dalla voce metallica dalla CPU che prima di aprire i portelli di sbarco ci augurò buona fortuna.
L’intero Flock Wonder era equipaggiato con delle grosse robo – suite, una sorta di esoscheletri meccanici, dotate del necessario per le missioni di salvataggio e recupero. Erano state modificate realizzando direttamente nella struttura portante, alloggiamenti in cui erano inseriti armi da fuoco e da taglio. Al fianco di soluzioni saline, verricelli e medicinali, erano stati inseriti mirini di precisione, sensori di movimento e, non ultima, una piccola carica nucleare da far brillare in caso di bisogno.
Non appena i portelloni si aprirono le lenti polarizzate dei nostri elmetti virarono immediatamente al rosso per adattarsi alla luminosità dell’atmosfera.
Eravamo circondati da un imponente canneto di bambù segno evidente che i processi di fondazione dell’ecosistema avevano generato ottimi frutti.
Il bambù, essendo un’erba ad altissimo fusto era stata selezionata per essere usata nei processi di terraforming per un duplice motivo: la sua capacità di attecchimento a qualsiasi terreno e in qualsiasi condizioni climatica nonché la sua rapida diffusione e, appunto, la ragguardevole statura che è in grado di raggiungere originando vere e proprie foreste.
In quell’atmosfera cremisi la bambusaia ci appariva come un luogo tetro e oscuro.  
I tronchi delle canne alla base erano spessi come quelli di una sequoia gigante e alti almeno il doppio.

Di nuovo la CPU ci salutò e ci ricordò di agire seguendo il protocollo standard che prevedeva dapprima l’accerchiamento dell’obiettivo e successivamente il palesarsi di un nostro rappresentante per tentare una iniziativa diplomatica.
Marciammo in silenzio nel fitto canneto per circa quattro ore, con un occhio sempre rivolto al paesaggio circostante e l’altro ai sensori di movimento. A parte noi e le piante tutte intorno, non sembrava esserci nessun’altra forma di vita; nessun uccello a stormire tra i rami, nessun piccolo roditore, nessun animale strisciante, nemmeno un insetto.
Tenni questa osservazione per me, in fondo ci trovavamo su un mondo alieno e la particolare radiazione emanata dalla nana rossa che lo illuminava poteva aver consentito lo sviluppo di una fauna dedita esclusivamente alla vita notturna o, per quello che ne capivo io, semplicemente molto discreta.

Poi all’improvviso, uno strano rumore, come lo schioccare di legna fresca che esplode, provenne da un punto non precisato a pochi metri dal fronte della truppa che subito si mise in formazione di difesa.
Forse non tutti lo sanno, ma i greggi  non scappano di fronte al pericolo al contrario; si posizionano circolarmente, spalla a spalla, e difendono i loro membri più deboli. Strategia questa che ci consentiva di non lasciare alcun buco visivo davanti a noi e di avere sempre le spalle coperte dai nostri compagni.
Lo strepito si ripeté di nuovo, ancora e ancora, tutto intorno a noi.
Quando cessò i monitor iniziarono a illuminarsi con strani segnali: forme umanoidi e vegetali sembravano coincidere nello stesso spazio, quasi che i primi si fossero venuti a trovare all’interno delle cavità delle piante di bambù, ed erano tutte intorno a noi. Poi, i verdi fusti del bambù si schiusero e ne uscirono fuori delle persone, una per ogni pianta, che in pochi secondi ci circondarono.
Una donna si fece avanti:“I vostri nomi, i vostri gradi e le vostre intenzioni” pronunciò, invitandoci inoltre ad abbassare le armi e a consegnargliele.
Ruppi la formazione facendomi avanti per rispondere alle richieste della signora che, seppur abbigliata di semplice fogliame dimostrava di essere il capo di quella spedizione: "Capitano Dodge in missione di recupero e contatto"
Come risposta ricevetti uno strano sguardo interrogativo e così cercai di spiegare al meglio chi fossimo, e quali erano i nostri scopi.
All'unisono le espressioni dei loro volti virarono dal serio e minaccioso al sorridente e cordiale, dimostrarono così di avere compreso e ci permisero di rilassare i muscoli che stavamo tenendo tesi in previsione di una rappresaglia.
Tuttavia, nonostante la rinnovata amabilità dei loro atteggiamenti ci chiesero di unire i polsi dietro la schiena i quali, vennero stretti in una corda di liana che si serrò da sola intorno ad essi.

Fummo così condotti dai nostri nuovi "amici" nel folto della bambusaia per circa un’ora. Per tutto il tragitto non fecero parola fin quando uno di loro non si fermò improvvisamente lanciando un richiamo, un sibilo in una nota bassa, al quale fece seguito un segnale analogo.
Un'altra radura, più estesa, si aprì davanti a noi ed era al centro di essa che sorgeva la cupola di metallo che avevamo osservato dall'orbita.
Ci appressammo al centro di uno spiazzo di quello che appariva sì, come un luogo abitato, ma che non poteva trovare nessun' altra definizione.
Un piccolo gruppo di capanne  male in arnese e addossate l’una all’altra, erano le uniche costruzioni visibili.
Ero piuttosto perplesso. Da quel che avevamo appreso ogni bastimento coloniale portava con se, oltre gli elementi di necessità e sussistenza, la tecnologia utile alla fondazione e alla prosperità di una comunità.
Sapevo, da alcune immagini ricevute da una delle rare comunicazioni che giungevano sulla Terra provenienti da Beta Pictoris d, che lì si era andata sviluppando una società di stampo medievale in cui si era volontariamente rinunciato alle falicitazioni che la nostra tecnica portava. Ma questo era avvenuto in un secondo momento, dopo la costruzione dell’insediamento e soltanto in seguito allo smantellamento delle astronavi anch’esse costruite in maniera tale da poter essere riciclate come materiali da costruzione.
Quello che avevamo davanti agli occhi invece appariva più come un campo di fortuna, una sorta di accampamento di naufraghi in attesa dei soccorsi.

Quando il Primo Ufficiale, un uomo dalla faccia serena e la barba scura, si fece avanti, i legacci si allentarono e venne a stringere la mano a ognuno di noi e a darci il benvenuto.
Ci invitò a prendere posto all’interno della cupola: saremmo stati salutati come si conveniva a ospiti che venivano da tanto lontano nella Sala Grande, erano secoli che non ricevevano visite.
Passammo attraverso quello che ci apparve, evidentemente, come un boccaporto, a riprova del fatto che quello non era un manufatto ma una sezione della nave che li aveva condotti fin lì.
L’interno non era di certo come ce lo aspettavamo: le paratie interne, le sezioni, ogni cosa era stata tolta, lo scafo era stato completamente svuotato e avemmo l’impressione di trovarci in uno di quegli antichi mausolei delle vecchie capitali europee.
Ci spogliammo delle robo – suite, che lasciammo vicino l’ingresso, e prendemmo tutti posto su una serie di cuscini di fronde secche che si trovavano al centro della sala e che circondavano un grosso seggio, un trono,  tanto era grande, costruito con l’onnipresente bambù.

Il Primo Ufficiale prese posto su quello scranno e prese a parlarci con voce chiara alle volte inciampando su qualche parola e strappandoci qualche sorriso:“Non sapete quanfo abbiamo atteso questo momento siamo felicissimi di avervi qui” “I nostri padri ci avevano detto che sareste giunti e noi abbiamo atteso.”
Seguì poi un gesto della mano e dalle porte fecero il loro ingresso gli abitanti del luogo che portavano una enorme ciotola contenente una densa zuppa verdastra. “Ecco fratelli delle stelle, mangiate il nostro cibo secondo le nostre usanze”
Scambiai un’occhiata con il mio vicino, in dubbio se affondare o meno le mani in quel trogolo.
Decidesi infine di mangiare senza indugio; non era il caso di fare gli schizzinosi, e in fondo si trattava del primo cibo solido che i nostri stomaci avevano l’opportunità di incontrare dopo più di sessant’anni passati ad assimilare paste proteiche e fluidi salini. Arrischiare un mal di pancia non ci sembrò poi tanto grave.
Con somma sorpresa scoprii che il gusto della zuppa ricordava moltissimo lo stufato di patate che mi cucinava mia madre da ragazzo e risvegliò in me ricordi sopiti e un senso di nostalgia, una saudade, che mi sforzai di reprimere per non dovermi commuovere davanti il resto della truppa.
Ma ad altri stava accadendo qualcosa di analogo. Passando di mano in mano tra i miei commilitoni l’enorme scodella andava svuotandosi velocemente. Ogni elemento del Flock Wonder aveva preso a servirsi porzioni sempre più generose e ognuno commentava a voce alta ed elogiava la minestra perché sembrava portare loro alla memoria la reminiscenza di qualcosa di caloroso e familiare.
Seguirono poi delle celebrazioni; i coloni suonarono degli strumenti a fiato, o batterono robuste canne l’una contro l’altra, e diedero vita a una serie di complicate danze.
Il tutto si concluse con un lungo applauso nei nostri confronti e con la promessa, per alcuni di noi, di incontri intimi con alcune esponenti del gentil sesso del luogo.

La sala, veloce come si era riempita, tornò a svuotarsi lasciandoci soli con il Primo Ufficiale al quale cercai di rivolgere qualche domanda e di spiegare più approfonditamente le nostre intenzioni ma fui interrotto.
“Ci sarà tempo per questo. Nel frattempo riposate e godetevi la serata”
All’esterno alcune donne ci aspettavano prive degli abiti, ci condussero in alcove ricavate negli internodi cavi delle piante che si dimostrarono molto confortevoli.
La donna con cui mi trovai a condividere il giaciglio, era la stessa che aveva guidato il gruppo incontrato nella boscaglia e che ci aveva condotti lì.
Mi liberai degli abiti e lasciai che il mio corpo esultasse ai ritrovati sensi.
Ore dopo, quando mi svegliai, trovai i suoi freddi occhi fissi su di me e prendemmo a parlare, fu così che avemmo l’occasione di scambiarci informazioni e che capii grossomodo come funzionava la loro società e alcune loro abitudini.  
Al mattino ci ritrovammo tutti nel ventre metallico della Sala Grande, di nuovo gremita delle genti del villaggio, e finalmente il Primo Ufficiale ci fece un resoconto, o meglio ci raccontò una storia mitica, di come i loro progenitori erano giunti su Zamina.
Parlò del grosso carro celeste che aveva attraversato il cosmo e costeggiato le stelle, di come da questo piovvero le sementi e di come un astro ribelle e invidioso si era scagliato contro di esso costringendolo a cadere sul pianeta.
Ci spiegò di come i loro progenitori terrestri sopravvissero all’impatto e di come si adattarono alla vita su Zamina e che erano oramai giunti alla cinquantesima germinazione oriunda.

Finalmente ebbi l’occasione di prendere parola e di spiegare lo scopo della nostra missione.
Ovviamente tenni per me alcuni aspetti tecnici,  e mi soffermai invece a lungo sui vantaggi dell’avere un incremento di massa della popolazione che avrebbe di sicuro portato grandi benefici.
Promossi la cosa come se si trattasse di vendere appartamenti pluriaccessoriati a prezzi stracciati. Non stavo mentendo, diciamo piuttosto che omisi delle piccolezze, come l’impatto ambientale che ne sarebbe seguito o il progressivo aumento dell’inquinamento delle falde acquifere, o gli eventuali sfruttamenti minerari.
Mentre parlavo notai che il Primo Ufficiale e tutti i suoi compaesani seguivano le mie parole con un certo interesse.
Era calato uno strano silenzio e nel vuoto della volta risuonava soltanto la mia voce. Di quando in quando qualcuno allontanava qualche marmocchio rumoroso o dava di gomito al vicino che aveva preso a parlottare tra sé e sé, tutti sembravano nutrire vero interesse nei confronti delle mie parole.
Quando terminai di spiegare i piani di colonizzazione l’intera sala irruppe in un fragoroso battimano che andava aumentando di intensità. E poi grida di gioia, esaltazioni, alcuni intonarono canzoni e improvvisarono delle coreografie. 
Con il beneplacito del Primo Ufficiale, assemblammo il transponder con il quale avremmo comunicato con la Terra.
Il segnale, sfruttando al massimo le risorse della nave che per l’occasione era stata completamente commutata in un’antenna, avrebbe impiegato appena sei mesi a raggiungere il nostro pianeta e altrettanti ce ne sarebbero voluti per ricevere una risposta ma per allora, le navi di migranti sarebbero di sicuro state in viaggio.  

Pur sapendo che sarebbe stato inutile, perché ci saremmo presto trasferiti tutti nelle bambusaie, seguendo il protocollo  organizzammo il Flock Wonder in un accampamento in cui sistemare le nostre risorse.
Alcuni giorni dopo mi stavo aggirando per il campo; gli uomini sembravano tutti di ottimo umore, alcuni avevano già preso alloggio nel canneto e mi chiesi come avrebbero preso l’eventualità di condividere la propria donna e di essere condivisi a propria volta con altri.
Mi venne in mente così quello che ci aveva spiegato il Primo Ufficiale a proposito della crescita della loro popolazione e del termine che aveva usato: germinazione.
Non mi spiegavo in effetti cosa intendesse, ammettendo anche che si trattasse di uno errore sintattico e avesse inteso generazione, qualcosa continuava a non quadrare.
Ammettendo che si riferisse alla generazione come unità di misura temporale standard per indicare la durata
media di tempo tra la nascita dei genitori e la nascita dei loro figli questo, il tempo, ne era trascorso troppo poco perché si fosse arrivati a un numero riproduttivo così alto.
Decisi perciò di recarmi dal Primo Ufficiale per fare due chiacchiere e per sbrogliare questa matassa.

“Oggi mio figlio compie settant’anni” spiegai al Primo Ufficiale che mi fissava con aria dubbiosa.
Intavolai una spiegazione molto semplificata sul funzionamento dei viaggi transluminali  cercando di esplicitare i miei dubbi usando parole che potesse capire semplicemente e senza generare ulteriore confusione.
Lui mi fissò, come sempre, con interesse : “Cinquecento germinazioni è esattamente quello che intendevo dire, nessun errore.”  
Lo guardai nuovamente incerto. Aveva capito cosa intendevo?
“Siamo davvero lieti che le vostre genti, i nostri fratelli, siano in viaggio per condividere con noi la ricchezza e la bellezza del nostro mondo. Un mondo in cui potremo vivere a contatto con la natura e in simbiosi con essa”
“In simbiosi?” chiesi
Il Primo Ufficiale sorrise “Sono cinquanta germinazioni che viviamo in simbiosi con gli umani. Capisci cosa significa?” Feci di no con la testa. “Ma certo che non capisci” e così dicendo si avvicinò a me e mi guardò dritto negli occhi “Non ricordi come giungemmo qui?”
E ricordai qualcosa che non sapevo. Una reminiscenza che era mia e contemporaneamente non lo era che si andava ad affiancare al mio vissuto.

Piovemmo dal cielo, non so in quanti eravamo ma nel precipitare lo oscurammo.
Avevamo viaggiato a lungo, stipati al freddo e al buio nello scafo di una nave di cui non riconoscevo il profilo ma che al tempo stesso identificavo con qualcosa di noto.
Era stato l’ultimo viaggio, l’ultima speranza per la nostra specie che da tempo andava vagando di sistema in sistema alla ricerca di una nuova casa.
Eravamo finalmente felici. E mentre precipitavamo la nostra euforia aumentava.
Un nuovo mondo, dei nuovi corpi, delle nuove vite!
Amai essere un vegetale. Vivere quell’esistenza di crescita che via-via ti avvicina al cielo, e affondare le radici nella terra e avere questa doppia coscienza che sfiora luce e buio.
Poi li incontrammo,  gli umani.
Erano giunti poco prima di noi ed erano stati loro a regalare a Zamina una vegetazione.
Una sciagura però li aveva colpiti: la loro nave era precipitata.
Cercarono di adattarsi, di costruire ripari e in mancanza di fauna iniziarono, iniziammo, a nutrirsi, ci nutrimmo, di noi e delle nostre radici e le coscienze si spensero per poi risvegliarsi in nuovi ospiti.

Emergo dal ricordo o dal sogno o da qual che era con la fronte imperlata di sudore.
Osservo il primo ufficiale annuire e chiedermi candidamente “Dimmi, la zuppa di radici che ti è stata servita, aveva un sapore familiare?”