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martedì 18 novembre 2014

Non chiamateli giornaletti.

 
Nonna ci incartava le uova.
Erano lì, decine e decine di fogli provenienti da riviste e quotidiani, accatastati nello spazio dietro il frigo pronti per essere riciclati come incarto a costo zero per i prodotti delle galline che allora allevavamo nella nostra casetta in campagna.
E tra i rimasugli dei vari La Repubblica, le scandalose copertine di Cronaca Vera, e i discutibili titoli di Tv Sorrisi e Canzoni, c'erano anche dei Topolino d'annata e dei Collezione Paperino che riuscii a mettere in salvo.
Furono i miei primi fumetti. Li lessi, li rilessi, li consumai e infine sparirono. Di sicuro a custodire i barattoli dei funghetti sott'olio che nonna distribuiva con solerzia a tutto il parentado.
Arrivarono poi i fumetti Bonelli, i manga, i comics americani e un sacco di cose che non riesco a pronunciare - qualcuno riesce a dire bande desinée senza balbettare sulla seconda parola?
Per me erano - sono - solo fumetti. Punto.
Da qualsiasi parte del mondo provenissero li ho sempre chiamati così: fumetti.
Che poi dovessi apporre un suffisso per meglio definirli: fumetto/giapponese, fumetto/americano etc. chissenefrega!
Quello sono: fumetti appunto.
 
Un giorno in libreria chiesi a un commesso di quelli estremamente impegnati "Avete il volume di XXX intitolato XXXX?"
La faccia del solerte lavoratore librario - a vedere il cartellino appeso al suo golfino di lana pettinata - era di quelle tutti sorrisi e affidabilità.
Ma la sua faccia, quella vera, era estremamente seria e concentrata e non si alzava mai dal monitor sul quale stava compilando qualcosa di sicuramente importante.
Certo di dimostrare la sua professionalità libresca rispose con efficienza
"Sì. La graphic novel. Può trovarla nel settore alle mie spalle."
Lo fissai forse per un secondo di troppo costringendolo ad alzare lo sguardo su di me che stavo dicendo "Io cerco il fumetto!"
Ebbi di rimando un ulteriore sguardo di perplessità seguito da "Venga, la accompagno".
Lo seguii nella direzione che mi aveva indicato un secondo prima e giunti al settore fumetti, mi consegnò il volume in questione.
"Eccole la graphic novel" disse convinto così di concludere la vendita.
Ero perplesso: non che mi sfuggisse il significato di novella grafica, ma dal fatto che le parole usate per circostanziare la mia ricerca fossero usate come per prendere le distanze da... cosa?
"C'è qualche differenza con il fumetto?"
"Prego?" Stavolta fu lui a tentennare, avevo messo in discussione il suo sapere da commesso di libreria chic.
"Sì insomma. Tra questa graphic novel e il fumetto che differenza c'è? Vedo vignette, baloon, spazi bianchi. Il contenuto è lo stesso del fumetto?"

Fraintendimento. Una incomprensione generata da tutti quelli che mettono i libri fuori posto o non li chiamano nei modi giusti per un motivo che - sinceramente - mi sfugge.
Perché se dico fumetto c'è chi storce la bocca ma se dico graphic novel riconosco soltanto cenni di assenso?
Forse che il fumetto di V per vendetta ha meno valore della graphic novel di V per vendetta?
Chiamatelo come volete ma sempre di fumetti si tratta.
Nonna però li chiamava giornaletti.