Di contro, al libro più bello, alterniamo il più brutto dell'anno 2011 che è questo "Ricambi".Moltissimi dicono "Ah no, sto libro è fichissimo perchè succedono un sacco di cose e la trama poi..."
La trama è una minchiata, come direbbe il favoloso piezz' e core.
Ed eccola qui allora: Jack Randall è un ex militare sfuggito a un conflitto di cui non ha compreso il motivo.
E’ inoltre un poliziotto che ha abbandonato la megastruttura di New Richmond, un gigantesco centro commerciale volante “arenatosi” per motivi sconosciuti sulle rovine della vecchia Richmond, a seguito dell’omicidio di sua moglie e di sua figlia.
A Jack viene data una nuova identità e un posto di lavoro sicuro: diviene infatti il custode di una fabbrica di Ricambi ossia esseri umani “coltivati” al solo scopo di fornire pezzi di ricambio alle persone da cui sono state clonate.
Jack e la sua spalla robotica Ratchet decidono di educare alcuni di essi e di fuggire dalla struttura.
E fin qui la trama del libro è chiara, semplice, lineare.
Il nostro eroe con al seguito i suoi “Ricambi” si introduce nella città per cercare vecchie conoscenze che possano aiutarlo nell’impresa di sfuggire alle grinfie della Sicurnet, la holding che detiene il controllo delle fattorie, finendo invece per incrociare la sua strada con un misterioso serial killer che uccide un suo ex collega.
Da questo punto in poi il titolo del libro potrebbe tranquillamente cambiare e in alternativa a “Ricambi” un titolo azzeccato potrebbe essere “Sulle tracce dell’assassino”.
Sì perché i fuggiaschi all’improvviso escono di scena e non se ne ha più traccia fino alla fine.
Nel risvolto di copertina si parla dello scrittore Michale Marshall Smith, come di un autore di talento o addirittura “da tenere d’occhio”. Magari tutta questa attenzione è per evitare di leggerne altri di suoi libri.
La trama di “Ricambi” se parte in maniera definita, magari anche semplice, ma comunque lineare, già dopo le prime pagine inizia a disperdersi dapprima in un’ altra trama, quella dell’assassino seriale, che finisce per riallacciarsi con altri intrecci quali: il passato del protagonista, la guerra del GAP (un non luogo successivo a internet, una metasfera (?) di cui nulla è chiaro e che potrebbe anche essere letta come la solidificazione delle coscienze individuali (?)) le fabbriche, un mafioso e tante altre cose che trovano sì una giustificazione nel divenire nel racconto, ma che spesso si disperdono nella verbosità del protagonista che mentre si reca in un posto, non fa altro che rimuginare sul proprio passato, maledicendolo e maledicendosi e lamentadosi come la proverbiale pentola di fagioli, spesso per pagine e pagine appesantendone la narrazione.
C’è poi un particolare che lascia perplessi: le fabbriche sono luoghi in cui i cloni degli umani dovrebbero essere conservati al meglio, in condizioni igieniche ottimali, e magari anche ben nutriti.
Quelle descritti invece sono luoghi infernali: tunnel male illuminati in cui i poveri duplicati non fanno che vagare defecandosi addosso in attesa di essere mutilati.
Ma nel futuro, una scelta più saggia e logica non sarebbe quella di clonare direttamente i “ricambi” necessari? E se proprio si deve perpetrare una simile visione si fabbriche di umani, costoro non sarebbero più al sicuro, anche da loro stessi, se tenuti magari in stati di sonno prolungato, lontani anche da eventuali infezioni?
Lo “sforzo della sospensione dell’incredulità” a mio avviso, decade già dalle prime battute.
E poi è sbagliata anche la sillabazione del titolo!
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